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venerdì 23 giugno 2017

Lo sviluppo dell'Africa e il mercato degli abiti e delle scarpe di seconda mano

Cosa c'entrano i vestiti e le scarpe di seconda mano con lo sviluppo di un continente come quello africano?
Abiti usati al mercato di Nyagahanga
Abituati, quando si parla di politiche di sviluppo dell’Africa, a misurarci solo con grandi temi quali gli aiuti finanziari, la lotta alla corruzione, lo sfruttamento delle risorse naturali, i flussi migratori e la creazione di posti di lavoro per la gioventù africana, facciamo fatica  a immaginare che quei vestiti e quelle scarpe usate, che a volte fanno bella mostra anche in certi nostri mercatini rionali,  possano diventare oggetto di  politica  economica dei paesi africani e materia di conteziosi commerciali internazionali.
Eppure, è quello che sta avvenendo nei  paesi dell’Africa Orientale - Uganda, Tanzania e Rwanda- che si trovano alla vigilia di una guerra commerciale con gli USA proprio in materia di commercio dell’abbigliamento usato.
Già lo scorso anno, il Rwanda, nell'intento di  ridurre il deficit commerciale e favorire e accelerare, per quanto possibile, la produzione interna di prodotti tessili  e del pellame, aveva innalzato le tasse sui vestiti usati da $ 0,2 a $ 2,5 per chilogrammo, mentre le imposte sulle scarpe usate erano aumentate da $ 0,2 a $ 3 per chilogrammo. L’iniziativa andava a penallizzare  il mercato dei vestiti e delle scarpe di seconda mano, un mercato particolarmente florido in quasi tutti i paesi africani,  alimentato in gran parte da flussi di merce proveniente dagli Stati Uniti. 
Di fronte alla decisione del Rwanda e dei paesi vicini di imporre dazi su tali merci per sottrarsi alla costrizione, poco dignitosa,  di indossare gli scarti altrui penalizzando in aggiunta sul nascere l’industria tessile locale, la reazione degli USA non si è fatta attendere. Per proteggere un export  di abbigliamento e scarpe di seconda mano, che nel 2016  ammontava per i tre paesi dell’Africa orientale a un controvalore di 281 milioni di dollari, gli USA hanno minacciato di rivedere  l'African Growth and Opportunity Act (AGOA), che consente ad alcuni paesi africani selezionati di esportare una gamma di prodotti per il mercato degli Stati Uniti in regime di esenzione da dazi.
In base a tale disposizione, l'Uganda, la Tanzania e il Rwanda sono riusciti a esportare, nel 2016, beni per un valore di 43 milioni di dollari. Ora, per una questione di 24 milioni di dazi sull’ammontare complessivo dell’export americano, rischia di saltare un accordo commerciale vitale per i paesi africani. Sull’argomento è intervenuto ieri il presidente rwandese Paul Kagame  che, di fronte alle minacce USA, ha confermato la volontà di procedere con la prevista eliminazione di importazione di abiti di seconda mano,  perché il  “Rwanda e gli altri paesi della regione, che fanno parte di AGOA, devono prioritariamente far crescere e stabilizzare le proprie industrie”.

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