"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

venerdì 21 luglio 2017

Parte la telemedicina rwandese anche come strumento di formazione per i medici

Nel momento in cui il Progetto Africa-Italia-Africa, vedi nostro post del febbraio scorso, potrebbe approdare sui tavoli ministeriali per una valutazione circa la sua reale fattibilità, questa notizia conferma indirettamente la fondtezza della proposta di stage professionalizzanti per giovani medici rwandesi di cui il progetto si compone. Il Ministero della Salute rwandese ha lanciato un progetto di telemedicina all'ospedale di Shyira nel distretto di Nyabihu, che dovrebbe contribuire, attraverso l’utilizzo dell’ITC, a un contenimento complessivo dei costi della sanità rwandese a partire da quelli  di trasferimento dei pazienti ad altri ospedali e, soprattutto per quanto ci riguarda, di formazione dei medici.Pur tra inevitabili difficoltà nei collegamenti via internet, che non sempre garantiscono la continuità delle comunicazioni, il progetto dovrebbe consentire ai medici dell’ospedale di avere contatti  con 64 medici specialisti di tutto il mondo, dalla Nigeria agli Stati Uniti, dal Congo all’Uganda,  che trattano diverse malattie e da cui i medici rwandesi potranno avere  importanti supporti.
Parlando al lancio dell'iniziativa, il dottor Innocent Turate, responsabile del centro HIV e di altri reparti di controllo delle malattie infettive nel Centro Biomedico Rwanda, ha dichiarato: "La tecnologia permetterà ai medici di chiedere un secondo parere da esperti di altri ospedali come CHUK, King Faisal o all'estero oltre che beneficiare di formazione e tutoraggio che possono essere forniti da specialisti al di fuori del paese".
A sua volta, il dottor Theoneste Rubanzabigwi, direttore dell'ospedale, sottolineando la necessità di avere medici esperti in Rwanda, ha aggiunto che poichè  " i medici locali necessitano di più formazione e di apprendere di più da medici più anziani, questo progetto aiuterà a ottenere tale formazione senza necessariamente incontri  faccia a faccia ". In quest'ottica, il Progetto pilota per il Rwanda di Stage professionalizzante per giovani medici africani, che fa parte dl più ampio Progetto Africa-Italia-Africa, sembra pienamente rispondente alle necessità evidenziati dai responsabili della sanità rwandese.

lunedì 17 luglio 2017

Iniziata la campagna per le presidenziali 2017: si accendono i riflettori sul Rwanda






E’ iniziata la campagna elettorale delle presidenziali 2017 in previsioni delle elezioni che si terranno  il prossimo 4 agosto e che  decreteranno il prossimo presidente del Rwanda. Tre sono i candidati che concorrono: il presidente uscente Paul Kagame, esponente del Fronte patriottico rwandese (RPF), Frank Habineza del Partito  Verde del Rwanda e il candidato indipendente Philippe Mpayimana. Sul risultato, scontato come nessun altro mai essendo incerta solo la percentuale con cui Kagame si aggiudicherà la tornata, dovrebbero vigilare osservatori internazionali; almeno così recitava un articolo comparso sull’edizione on line
del quotidiano The New Times, ora stranamente non più raggiungibile, in cui si parlava di rappresentanti del The Carter Center, nella persona dell'ex segretario di stato americano John Kerry, e di esponenti dell'Unione Europea. Come naturale, in coincidenza del periodo elettorale si sono accesi anche i riflettori sul Rwanda da parte della stampa  internazionale e delle ong impegnate nella difesa dei diritti umani.  Così è uscito un rapporto dell'ong HumanRights Watch , sdegnosamente respinto dalle autorità governative, in cui si denunciano esecuzioni sommarie da parte della forze di sicurezza rwandesi di una quarantina di piccoli criminali nella parte occidentale del paese. A sua volta, l'autorevole settimanale britannico Th Economist ha pubblicato un articolo dal titolo, Many Africans see Kagame’s Rwanda as a model. They are wrong, ( Molti africani vedono il Rwanda di Kagame come un modello. Si sbagliano), in cui, dopo aver riconosciuto gli indubbi meriti della governance rwandese  a partire dal 1994, conclude, dopo aver evidenziato le criticità in tema di diritti e libertà democratiche, con un brutale benservito a Paul Kagame: " Dopo le elezioni  l'uomo forte del Rwanda dovrebbe ritirarsi con grazia". Presumibilmente, questo è solo l'inizio; da qui  in avanti, per qualche tempo, il Rwanda sarà sotto i riflettori della comunità internazionale e con i riconoscimenti arriveranno, immancabili, anche le critiche. 

mercoledì 12 luglio 2017

Come rispondere ai bisogni economici della Chiesa rwandese: esperti a confronto

I rappresentanti delle diocesi rwandesi, esperti in affari economici, sono riuniti in questi giorni a Kigali, presso il centro  San Vincent Pallotti di Gikondo, per un workshop  sui bisogni finanziari e sulla gestione delle risorse economiche della Chiesa rwandese. Perché, come affermato nell’indirizzo di saluto di Mons Célestin Hakizimana, Vescovo di Gikongoro e Presidente della Commissione episcopale per gli affari economici,  è "il momento per la Chiesa cattolica di rivedere le proprie strategie nella mobilitazione dei fondi necessari per condurre correttamente il proprio apostolato, pervenendo, dopo tanto parlare, a proposte efficaci che rispondano alle pressanti sfide a cui sono chiamate le diverse diocesi. Nel seminario, i partecipanti si scambieranno le loro esperienze interrogandosi su come porre rimedio alla sempre più evidente carenza di fondi, di come reperire nuove risorse finanziarie e su come gestirle al meglio, così come dare attuazione con professionalità ai diversi  progetti in cui quasi tutte le diocesi sono impegnate. Nel dibattito dovrebbe avere spazio, in primis, la valorizzazione del consistente patrimonio di terreni agricoli di cui dispongono tutte le diocesi, non poche volte abbandonato a se stesso e comunque non valorizzato appieno, secondo i criteri di una moderna agricoltura che, in mano ai privati, in Rwanda comincia a dare risposte reddituali significative. Anche nel caso di loro affidamento a cooperative agricole, attenti criteri gestionali accompagnati all’introduzione di più moderne tecniche agricole  può portare a rese economiche importanti con beneficio di tutte le parti coinvolte, superando anche la mera logica della lotta alla fame. Senza dimenticare che terreni incolti richiamano l’attenzione delle autorità con il conseguente rischio di non improbabili misure di esproprio ( vedi al riguardo questo nostro vecchio post)Anche molti edifici costruiti nel passato richiederebbero opere di recupero e ripristino. Troppo spesso, infatti, vengono messi in campo nuovi investimenti immobiliari, lasciando inutilizzati e destinati a un inevitabile degrado immobili che potrebbero essere ancora utilizzati. Da ultimo un’attenzione dovrebbe essere riservata alla valorizzazione, nel lungo termine, di investimenti già in essere, come nel caso della banca RIM. In questo momento in Rwanda le attività finanziarie stanno attirando l’attenzione degli investitori esteri per le potenzialità che il mercato offre, le diocesi dovrebbero quindi vedere nella RIM non solo uno strumento per intervenire a sostegno dei risparmiatori e delle famiglie, ma anche un vero e proprio investimento che dovrebbe garantire un ritorno in termini di dividendi annui nel breve periodo e una sua crescita di valore nel tempo. Altrettanto va detto per iniziative in campo turistico ( alberghi e ristoranti). Fondamentale resta però la gestione professionale di tutte queste attività, che devono essere affidate primariamente a professionisti e tecnici affidabili e provati, qualità non necessariamente riscontrabili in un bravo sacerdote ( vedi questo post).Per quanto invece riguarda il reperimento di fondi da donatori esteri rimangono sempre valide queste nostre passate  riflessioni ( clicca qui).

sabato 8 luglio 2017

Benvenuti nel club ”Aiutiamoli a casa loro”

Sull’immigrazione si cambia verso.Improvvisamente, quasi come l’esplodere di un temporale estivo, irrompe nel dibattito politico un cambiamento nella politica italiana sull’immigrazione. Ne fanno testo le dichiarazioni di diversi esponenti politici, a partire dall’ineffabile Matteo Renzi.
Post pubblicato e prontamente rimosso
  sul sito del PD
«Dobbiamo avere uno sguardo d'insieme uscendo dalla logica buonista e terzomondista per cui noi abbiamo il dovere di accogliere tutti quelli che stanno peggio di noi - scrive il leader del Pd nel suo ultimo libro, Avanti -. Se qualcuno rischia di affogare in mare, è ovvio che noi abbiamo il dovere di salvarlo. Ma non possiamo accoglierli tutti noi». E ancora « è evidente che occorre stabilire un tetto massimo di migranti, un numero chiuso..... nel rispetto della sicurezza e della legalità». 
Di rincalzo il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo aver affermato ieri come in Italia «non  ci sia una capacità di accoglienza illimitata», ha riaffermato oggi al G20  « la  differenza giuridica tra rifugiati e migranti economici. Ma questi sono oltre l'85% degli arrivi e quindi gestire e contenere i flussi è e sarà sempre più una sfida europea e globale - aggiungendo inoltre - occorre investire in Africa per lo sviluppo e contro le conseguenze del cambiamento climatico, stabilizzare la Libia, combattere i trafficanti di esseri umani». 
Lo stesso Enrico Letta, padre della missione Mare Nostrum, si adegua, dicendo sì a «una distinzione netta tra i richiedenti asilo per ragioni politiche, rifugiati che scappano e hanno diritto ad una tutela totale, e coloro che vengono per ragioni economiche rispetto ai quali è giusta una selettività, sono giuste delle quote». 
Come si vede cambia anche il linguaggio anche se, purtroppo, ancora oggi c'è chi non smette di giocare con le parole, come capita al sito della Caritas di una importante diocesi italiana in cui l'emergenza migrazione è trattata sotto l'insegna, leggermente mistificatoria, "Accoglienza profughi".Caso a parte è quello della presidente della Camera, Laura Boldrini, che dalla sua ha l'aggravante di essere una conoscitrice del fenomeno per i suoi trascorsi professionali di portavoce per l'Italia dell'agenzia ONU per i profughi UNHCR, che archivia tutte le sue passate crociate con questo tweet che le merita l'immediata ammissione al club "Aiutiamoli a casa loro":
Fuori tempo massimo, ma sono arrivati anche  loro, veri responsabili dell'attuale situazione, se risultano vere le recenti rivelazioni dell'ex ministro degli esteri del governo Letta, Emma Bonino, secondo il quale “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia”.
Da  qui in avanti scommettiamo che il dibattito, anche sui grandi media, cambierà e certi argomenti non saranno più tabù.
Adesso aspettiamo che anche da parte di certi esponenti della Chiesa italiana ci sia il recupero di quel sano realismo cristiano  che permetta un approccio del fenomeno migratorio meno sentimentale e contingente e  capace di andare alla radice del fenomeno di cui la pur drammatica vicenda dell'umanità dei barconi è solo una spia. Tanto per cominciare rivolgendo lo sguardo a quei  1216 milioni di africani che risiedono sul continente, di cui quasi 400 milioni vivono con meno di 1,25 dollari al giorno ( un 30° del costo quotidiano che  lo stato italiano si accolla per l'accoglienza di un migrante), per i quali l'accoglienza va declinata in loco, dopo aver percorso il ponte verso l'Africa. Perchè  l'accoglienza vera più che gestione remunerata dell'ospitalità è attenzione gratuita all'altro.

lunedì 3 luglio 2017

Inizia la missione del nuovo nunzio

L'accoglienza di mons. Józwowicz, da parte dei vescovi rwandesi
Mons. Andrzej Józwowicz, nominato nel marzo scorso da papa Francesco  nuovo nunzio in Rwanda, è arrivato a Kigali nella serata del 28 giugno, accolto all’aeroporto di Kanombe dal presidente della Conferenza episcopale rwandese, mons Philippe Rukamba, vescovo di Butare, accompagnato dai vescovi di Kabgayi, Kibungo e dall’arcivescovo di Kigali. Con l'arrivo di mons. Józwowicz ed espletati gli adempimenti formali di presentazione e a accettazione delle credenziali da parte delle autorità, la nunziatura in Rwanda torna ad avere un suo preposto, dopo che il precedente nunzio, mons. Luciano Russo, aveva lasciata vacante la sede nel luglio scorso, essendo stato chiamato a reggere le nunziature di Algeria e Tunisia, con sede ad Algeri. In questo periodo l’operatività della nunziatura è stata assicurata dal segretario,  il lettone don  Antons Prikulis.
Mons. Andrzej Józwowicz è nato a Boćki (Polonia) il 14 gennaio 1965.È stato ordinato sacerdote il 24 maggio 1990 e incardinato a Łowicz. È laureato in Utroque Iure. Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1997, ha prestato successivamente la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Mozambico, Thailandia, Ungheria, Siria, Iran, Russia. Conosce l’italiano, l’inglese, il francese, il russo, il portoghese.
Ha ricevuto l'ordinazione episcopale il 27  maggio scorso nella Cattedrale di Lowicz  in Polonia, in una cerimonia  presieduta dal segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

martedì 27 giugno 2017

Accordo Italia-Rwanda per favorire partnership industriali

La  presenza italiana nell’economia del Rwanda, finora quasi nulla se si escludono alcune iniziative commerciali e ristorative, potrebbe trarre un significativo impulso dalla firma di un accordo di collaborazione tra Confindustria Assafrica & Mediterraneo e la Federazione del settore privato del Rwanda, firmato di recente a Milano, finalizzato  a favorire e supportare lo sviluppo di partnership, in ambito formativo e di  scambio di  know how, con l’obiettivo di pervenire a  investimenti congiunti. 
I settori in cui le aziende italiane potrebbero investire attengono in particolare il comparto agricolo, su cui si basa l’economia rwandese,  in settori quali le industrie di trasformazione e conservazione di alcuni prodotti, come i pomodori o i latticini, piuttosto che il trattamento del pellame del ricco patrimonio zootecnico rwandese. Di recente alcuni studi di ingegneria italiani avevano curato la progettazione di mini centrali idroelettriche, un settore in cui il governo rwandese sta investendo molto e in cui imprenditori italiani del settore potrebbero valutare di impegnarsi. Oltre che poter contare sul supporto della Private Sector Federation (PSF), gli investitori che volessero puntare sul  Rwanda troveranno un contesto decisamente favorevole al fare impresa,  con una burocrazia  lontana anni luce dai modelli italiani, dove i tempi di risposta su diverse pratiche amministrative, a partire dalla costituzione di una società, si misurano con l’orologio piuttosto che con il calendario. Si legga  quanto, in questi anni, abbiamo scritto al riguardo (clicca qui).  Senza dimenticare l’elevato livello del sistema  delle telecomunicazioni e di quello dei trasferimenti monetari. Il tutto inserito in un contesto in cui la sicurezza è uno dei punti di forza dell’amministrazione rwandese. Da ultimo va sottolineata che la collocazione geografica del Rwanda, al centro dell’Africa, con i suoi ottimi collegamenti aerei, con la sua capitale Kigali, diventata il più importante centro congressuale continentale, ne fa un ideale trampolino di lancio per la conquista dei nascenti mercati africani.

venerdì 23 giugno 2017

Lo sviluppo dell'Africa e il mercato degli abiti e delle scarpe di seconda mano

Cosa c'entrano i vestiti e le scarpe di seconda mano con lo sviluppo di un continente come quello africano?
Abiti usati al mercato di Nyagahanga
Abituati, quando si parla di politiche di sviluppo dell’Africa, a misurarci solo con grandi temi quali gli aiuti finanziari, la lotta alla corruzione, lo sfruttamento delle risorse naturali, i flussi migratori e la creazione di posti di lavoro per la gioventù africana, facciamo fatica  a immaginare che quei vestiti e quelle scarpe usate, che a volte fanno bella mostra anche in certi nostri mercatini rionali,  possano diventare oggetto di  politica  economica dei paesi africani e materia di conteziosi commerciali internazionali.
Eppure, è quello che sta avvenendo nei  paesi dell’Africa Orientale - Uganda, Tanzania e Rwanda- che si trovano alla vigilia di una guerra commerciale con gli USA proprio in materia di commercio dell’abbigliamento usato.
Già lo scorso anno, il Rwanda, nell'intento di  ridurre il deficit commerciale e favorire e accelerare, per quanto possibile, la produzione interna di prodotti tessili  e del pellame, aveva innalzato le tasse sui vestiti usati da $ 0,2 a $ 2,5 per chilogrammo, mentre le imposte sulle scarpe usate erano aumentate da $ 0,2 a $ 3 per chilogrammo. L’iniziativa andava a penallizzare  il mercato dei vestiti e delle scarpe di seconda mano, un mercato particolarmente florido in quasi tutti i paesi africani,  alimentato in gran parte da flussi di merce proveniente dagli Stati Uniti. 

lunedì 19 giugno 2017

Non di solo pane vive l’uomo: a Nyinawimana sorgerà un nuovo monastero per le clarisse

La comunità di Kamonyi
A fronte del deserto vocazionale che caratterizza la gran parte dei monasteri di clausura italiani ed europei, in Rwanda si assiste ad una vera e propria primavera vocazionale con giovani rwandesi che sempre più numerose  chiedono di accedere alla clausura. E’ il caso del  Monastero delle Clarisse di Kamonyi, a pochi kilometri da Kigali sulla strada per Butare, fondato agli inizi degli anni ottanta da due suore italiane, Suor Giuseppina e suor Miriam, inviate in terra rwandese dalla comunità delle clarisse di Assisi. Negli anni la comunità ha avuto un provvidenziale sviluppo.Sono  ben 45 le suore presenti in convento, anche se non sono le uniche vocazioni nate in questi anni, perché man mano che la comunità cresceva, veniva data vita ad un’altra comunità dapprima in Rwanda e poi una nel Burkina Faso, che con il tempo si sono date una articolazione autonoma. Senza dimenticare le 7 sorelle inviate in Italia, al seguito della consorella delle origini, suor Miriam, che presiede  una comunità monastica con altrettante consorelle italiane, a Matelica nelle Marche. 

venerdì 16 giugno 2017

Quei "cattolici per il clima" che non vorrebbero l'estrazione del gas dal lago Kivu

Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, titolava qualche giorno fa con una certa enfasi "Cattolici in prima fila nel dire addio alle fonti fossili", per dare conto delle ultime  istituzioni cattoliche che hanno fatto la scelta di disinvestire da società attive nello sfruttamento di fonti fossili di energia, carbone, petrolio e gas. A livello internazionale tali associazioni si riconoscono nel Movimento cattolico per il clima che riunisce 100 organizzazioni impegnate sul tema.
Anche solo con riferimento specificatamente all'utilizzo del gas, rimane sempre attuale questo intervento che il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, fece in un'audizione al Senato italiano nel novembre del 2014. Tesi riproposte anche in questa intervista a L'Espresso (clicca qui).
Per quel che ci interessa, ai tanti firmatari dell'appello, oltre agli immancabili gesuiti alla page purtroppo anche qualche ordine missionario,  pronti a raccogliere gli applausi dei media mainstream, ma ben lontani dall'interrogarsi nel concreto sulle conseguenze dei loro gesti, vorremmo girare questo interrogativo: fosse per voi l'investimento del Rwanda nell'estrazione del gas dal lago Kivu quale volano per lo sviluppo della società rwandese può proseguire o gli investitori coinvolti nell'impresa dovrebbero ritirare i loro investimenti?
Gradito un semplice sì o no.

 . 

martedì 13 giugno 2017

International Conference G20 Africa Partnership a Berlino: l'intervento di Kagame

Kagame a fianco del premier Gentiloni
Ha vuto inizio ieri e proseguirà oggi la conferenza “Partenariato G20 Africa, investire in un avvenire comune”.  L’incontro è incentrato sulla promozione degli investimenti nel continente africano. Sono presenti i capi di stato della Costa d’Avorio, Marocco, Rwanda, Senegal, Tunisia, Ghana, Guinea, Mali e Niger. L’incontro precede il dodicesimo meeting del gruppo dei venti (G20), che si terrà il 7 e 8 luglio nella città di Amburgo. Gli interventi della prima giornata  dei leader europei ed africani sono visibili nel video, con traduzione simultanea in italiano. L'intervento del presidente rwandese Paul Kagame inizia al minuto 1h:24.


lunedì 12 giugno 2017

Il Rwanda al G7 dell'Ambiente di Bologna

Il ministro all'Ambiente rwandese Vincent Biruta
con l'omologo italiano Gian Luca Galletti
In occasione del G7 sull'ambiente che si è tenuto a Bologna nel fine settimana, il Rwanda è entrato  a far parte della coalizione ‘Stop Plastic Waste‘, lanciata alla Cop22 di Marrakech, che ha l’obiettivo di ridurre l’inquinamento di rifiuti di plastica nel mare e, in particolare, l’eliminazione dei sacchetti di plastica monouso in tutti i paesi. Sono 13 paesi che fanno parte della  coalizione: Italia, Francia, Marocco, Cile, Principato di Monaco, Mauritius, Svezia, Bangladesh, Australia, Senegal, Croazia, Paesi Bassi e adesso, anche Ruanda. In Rwanda, ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Vincent Biruta, “abbiamo avviato un programma per mettere al bando i sacchetti di plastica“. Inoltre le imprese locali, “nei prossimi quattro anni dovranno produrre packaging alternativi sostenibili“. Si tratta, spiega il ministro del Rwanda, “di un processo in corso” ma è un “passo importante che sta già ispirando altri paesi africani“. L’obiettivo, spiega Biruta, è cercare soluzioni alternative alla plastica e per questo “desideriamo collaborare con tutti i paesi della coalizione“.

giovedì 8 giugno 2017

Europa-Africa: firmato il nuovo consenso Ue sullo sviluppo

E' stato firmato ieri a Bruxelles, nella  giornata di apertura degli European development days (EDD),  alla presenza dei vertici delle istituzioni dell'Ue, dei leader africani e dei paesi in via di sviluppo,  un progetto strategico che illustra il futuro della politica europea di sviluppo. Questo "nuovo consenso europeo sullo sviluppo" rappresenta un piano d'azione per eliminare la povertà e raggiungere uno sviluppo sostenibile. 
P. Kagame all' apertura dell'EDD
Come riferisce l'agenzia Nova, tre sono gli ambiti di intervento su cui  i leader europei si sono impegnati. "Il primo consiste nel riconoscere forti legami tra elementi come sviluppo, pace e sicurezza, aiuti umanitari, migrazione, ambiente e clima, nonché giovani, parità dei sessi, mobilità e migrazione, energia sostenibile e cambiamenti climatici. Il secondo settore è relativo a un approccio globale ai mezzi di attuazione, combinando gli aiuti di sviluppo tradizionali con altre risorse, nonché politiche sane e un approccio rafforzato alla coerenza delle politiche.

lunedì 5 giugno 2017

La fattoria delle capre nella savana dell'Umutara

Il progetto dell'allevamento di capre, promosso dalla parrocchia di Nyagatare e finanziato dall'Ass. Kwizera, è definitivamente decollato. Sono  cinquanta le capre, unitamente a un  caprone, che fanno parte dell'allevamento che ha trovato sistemazione  all'interno dei sei ettari di pascolo di cui dispone la parrocchia nella savana dell'Umutara.
Come documentato dalle foto che ci sono state inviate dal parroco di Nyagatare, don Emmanuele, sono state ultimate la stalla, dove trovano ricovero le capre, e  immediatamente a fianco, una piccola casa dove è alloggiato il custode dell'allevamento, unitamente alla giovane moglie e a un figlio. La vita nella piccola fattoria è cominciata con la nascita dei primi quattro capretti, frutto di due parti gemellari; presto seguiranno altri parti da parte delle rimanenti capre. Allo stato, tutto lascia presagire buoni sviluppi per il futuro. Rimane il grande problema della carenza d'acqua che costringe il guardiano della fattoria a lunghe camminate per andare ad abbeverare le capre presso le poche pozze esistenti che si formano nel periodo delle piogge, ma che si esaurisconno in breve tempo. Per questo sarebbe necessario dotare la fattoria di una cisterna che raccolga l'acqua piovana nelle stagioni delle piogge. Altri interventi previsti sono la creazione di un piccolo recinto esterno alla stalla e l'installazione di un pannello solare che alimenti un sistema d'allarme notturno contro i ladri che battono le campagne. 

venerdì 2 giugno 2017

In Rwanda i fascicoli giudiziari si consultano on line

Nelle Considerazioni finali lette mercoledì, il Governatore della Banca d'Italia, Vincenzo Visco, invocavava tra le riforme necessarie a far ripartire l'Italia  la necessità di "ridurre i tempi della giustizia". In Rwanda, ci provano.
Da ieri 1 giugno,  in tutti i tribunali rwandesi  ha iniziato ad operare il Sistema Integrated Electronic Case Management (IECMS), messo a punto a partire dal 2015  dalla  società americana, Synergy International Systems, che consente la gestione digitale  dei casi giudiziari, la cui documentazione sarà tutta consultabile on-line dalle diverse parti in causa.
Lanciato nel gennaio 2016, in un progetto pilota nella capitale Kigali, l'IECMS  ha dimostrato la propria efficacia nella gestione delle pratiche giudiziarie, consentendo ai tribunali di affrontare la questione dell'accumulo di arretrato, velocizzando i tempi, evitando duplicazioni di atti e riducendo significativamente i costi operativi.
Tutte le persone interessate a un caso possono accedere al relativo fascicolo processuale utilizzando la piattaforma  https://iecms.gov.rw/en/,  il cui utilizzo è spiegato su  su YouTube. Secondo il portavoce della magistratura, Emmanuel Itamwa Mahame, il sistema oltre a  rendere più efficace l'intera macchina giudiziaria, "riduce i rischi di corruzione", riducendo al minimo i contatti personali con i  giudici preposti alla causa.

lunedì 29 maggio 2017

Wallah - Je te jure: il documentario double face

Strana la sorte toccata al documentario, Wallah- Je te jure, diventato in poco tempo una sorta di manifesto a favore dell'immigrazione, senza farsi troppe domande, specie se presentazione e dibattito che ne segue la proiezione, nei numerosi incontri programmati sul territorio per dibattere il tema delle migrazioni, sono fatte da operatori del settore connesso all'accoglienza.Il  documentario, come recita la scheda di presentazione, " racconta le storie di uomini e donne in viaggio lungo le rotte migratorie dall'Africa all'Italia, che dall'Africa Occidentale passano per il Niger e la Libia, fino a raggiungere l’Italia. Villaggi rurali del Senegal, stazioni degli autobus e "ghetti" di trafficanti in Niger, case e piazze italiane fanno da sfondo ai viaggi coraggiosi intrapresi da queste persone, dalle conseguenze spesso drammatiche. L'Europa è una meta da raggiungere ad ogni costo, "Wallah", lo giuro su Dio. Ma c'è anche chi, provato dalla strada, riprende la via di casa". Diretto dal regista  Marcello Merletto, Wallah è stato prodotto  dall’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni-Niger con la finalità di informare in maniera efficace  i futuri migranti quali siano i rischi di mettersi in viaggio verso l’Europa. Il documentario  è uscito in 2 diversi formati:uno di  circa un’ora  è la versione per noi occidentali, usata nelle serate di dibattito sull'immigrazione, l'altro della durata di 23 minuti  viene mostrato nei paesi di provenienza dei migranti ed è visibile cliccando nell'immagine qui sotto.


L'edizione internazionale rappresenta in maniera equilibrata e corretta i rischi dei viaggi e il futuro tutt'altro che roseo che attende i migranti in Italia: del deludente approdo nel nostro paese  di questi giovani abbiamo come unica testimonianza di "concreto" inserimento   un venditore di braccialetti all'ombra del castello Sforzesco di Milano e un ragazzo che viene avviato agli studi universitari ( risultato che avrebbe potuto ottenere anche senza salire sui barconi). Al contrario, una soluzione possibile alle inevitabili delusioni di chi approda in Italia viene prospettata nel ritorno al paese di origine, come nel caso di quella famiglia che, rientrata in patria, mette in piedi un impresa per la lavorazione del pesce.
L'ultima inquadratura dell'edizione africana
 Pure nella corretta rappresentazione del fenomeno migratorio, che non nasconde tutti i problemi annessi, il documentario è utilizzato in Italia, in modo particolare nelle parrocchie, quale strumento di dibattito a supporto di discorsi di accoglienza dei nuovi migranti, senza minimamente interrogarsi neppure sugli aspetti critici che lo stesso documentario non manca, con molta onestà intellettuale, di mettere in evidenza. 
Eppure, se i partecipanti alle riunioni di questo tipo avessero modo di guardare l'edizione per i paesi d'origine dei migranti vedrebbero un film il cui unico chiaro messaggio, riassunto nell'inquadratura finale, è quello di non intraprendere il viaggio verso l'Italia dove quei giovani non troveranno il lavoro che cercano. Come  autorevolmente affermato, in un appello ai giovani, dai vescovi africani - "non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America”; appello che in Italia     è passato stranamente e colpevolmente sotto silenzio.
E allora perchè non dirlo e parlarne?
Perchè non dire che chi è pronto ad accoglierti, grazie alle risorse attinte al bilancio dello Stato, non è poi in grado di trovarti un posto di lavoro che ti dia dignità: perchè "non è un ufficio di collocamento" e, forse, perchè in questo momento in Italia il lavoro dignitoso, che non sia essere sfruttati come schiavi nei campi, non c'è?

sabato 27 maggio 2017

Consacrazione episcopale del nuovo nunzio in Rwanda

Un momento dell'ordinazione episcopale 
Si è tenuta oggi nella Cattedrale di Lowicz  in Polonia la cerimonia  di ordinazione episcopale di mons. Andrew Józwowicz, nominato da papa Francesco il 18 marzo scorso nuovo nunzio apostolico in Rwanda. La cerimonia è stata presieduta dal segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
In un’intervista rilasciata ieri al portavoce della conferenza episcopale polacca, l'Arcivescovo Andrzej Józwowicz aveva espresso l’auspicio di poter essere “un buon ambasciatore della Santa Sede e la migliore testimonianza per la Polonia, un paese di cui sono molto orgoglioso e che amo” confidando di poter essere colui che "porta la pace, la riconciliazione, la Buona Novella a tutti, specialmente a coloro che vivono ai margini della vita umana, come ricordato da Papa Francesco". 

domenica 21 maggio 2017

Per Medjugorje una soluzione come quella di Kibeho?

La risposta che la Chiesa potrebbe dare alle apparizioni a Medjugorje potrebbero ricalcare, per certi versi, quanto accaduto per le apparizioni di Kibeho. E’ quanto sembra trasparire da alcune dichiarazioni dell'arcivescovo di Varsavia-Praga, Henryk Hoser, inviato del Papa a Medjugorje, apparse venerdì scorso su Avvenire , in cui paragonava le apparizioni bosniache a quelle avvenute in Rwanda tra il 1981 e il 1989, lasciando intendere la possibile  scelta di una medesima soluzione per avvenimenti molto simili. Lo sostiene La Bussola quotidiana in un ampio articolo a firma Benedetta Frigerio in cui vengono sottolineate le molte   analogie tra le due apparizioni e il fatto  "quanto meno singolare che il contenuto dei messaggi mariani e la data dell’inizio delle apparizioni siano del tutto simili. Ma soprattutto impressiona che, anche in questo caso, il messaggio della Vergine sia stato, prima ostacolato (anche da religiosi e prelati) e poi, quando il genocidio si verificò realmente, accettato solo in parte". Per leggere l'interessante analisi della Frigerio clicca qui.

venerdì 19 maggio 2017

La tradizionale intervista di Jeune Afrique a Kagame

L'ultima copertina di Jeune Afrique 
“Il giornalismo è scrivere ciò che qualcun altro non vuole che sia scritto. Tutto il resto sono pubbliche relazioni”. L'icastica definizione dello scrittore George Orweel torna alla mente quando si leggono le interviste  che Jeune Afrique dedica periodicamente ai leader africani.  Anche  l'annuale intervista che Jeune Afrique  ha dedicato nel suo ultimo numero al  presidente Paul Kagame non si discosta molto da questo cliché di intervista pettinata. Qui il testo riproposto da The New Times in inglese
e qui l'originale in francese.
L'occasione dell'intervista è fornita dalle prossime  scontatissime elezioni presidenziali, programmate per il 4 agosto,  che hanno come unica incognita, secondo Jeune Afrique, la percentuale dei voti con cui Kagame si imporrà sugli attuali altri candidati. Allo stato, tre risultano essere i candidati che si confronteranno con Kagame: Frank Habineza, leader del Partito Democratico verde ( solo partito di opposizione autorizzato negli ultimi quattro anni)  l'unico che può sperare di raggiungere il 5 per cento dei voti;Philippe Mpayimana, un ex giornalista sconosciuto al grande  pubblico, tornato di recente in patria da Parigi dove si trovava in volontario esilio e Diane Rwigara, giovane figlia di un uomo d'affari  una volta  vicino al potere e morto in un incidente sospetto nel 2015, la cui candidatura è stata seriamente compromessa dalla pubblicazioni abusiva di sue immagini private in pose sconvenienti. 

mercoledì 10 maggio 2017

Compenso da star a Obama per esprimere l'augurio che la fame nel mondo sparisca

 "Il cambiamento climatico continuerà ad avere un impatto sul nostro mondo, produrre energia sarà sempre più difficile e anche produrre cibo sarà sempre più difficile. Tutto questo avrà ripercussioni, molti rifugiati arrivano nei nostri paesi anche perché nei loro Paesi esiste un problema di derrate alimentari. Ottocento milioni di persone in tutto il mondo soffrono di malnutrizione, e le migrazioni non sono causate solo dalle guerre, ma anche dalla fame, che in certi casi è conseguenza proprio del cambiamento climatico". 
Per dare corpo a  questi concetti al Seeds&Chips, il summit sulla food innovation, tenutosi in questi giorni a Milano, l'ex presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, avrebbe percepito un compenso che dovrebbe aggirarsi, anche se la cifra non è stata ufficializzata, intorno ai 400 mila dollari. In linea con quanto  Obama, alla sua prima uscita da ex presidente, aveva percepito parlando a Wall Strett: 400mila dollari. Per gli organizzatori una bazzeccola tenuto conto che   in 3.500 hanno sborsato fino a 850 euro per ascoltare il key note speech dell'ex inquilino della Casa Bianca. Biglietto che dava diritto a partecipare anche alle altre sessioni del summit.
Per gli 800 milioni di persone che ancora soffrono la fame sarà consolante sapere che  pensando proprio a ognuno di loro, Obama ha comunque espresso l'auspicio che " la fame nel mondo sparisca!»

venerdì 5 maggio 2017

Su Civiltà Cattolica un gesuita rwandese fa memoria ( un po' di parte) del genocidio

Nell’ultimo numero de La Civiltà Cattolica appare un articolo del gesuita rwandese Marcel Uwineza dal titolo Fare memoria del genocidio in Rwanda-Una testimonianza, di cui qui di seguito riportiamo l’abstract reso disponibile dalla stessa rivista dei gesuiti.
“«Ogni ferita lascia una cicatrice, e ogni cicatrice parla di una storia: ci ricorda che siamo vivi». Mai come oggi è necessaria la saggezza di questo detto ruandese, soprattutto per quanto riguarda la tragica storia del Rwanda, che ha portato al genocidio perpetrato contro i tutsi e alle cicatrici che ha prodotto in tutto il Paese.
 Il genocidio del 1994 si radicava nelle divisioni «etniche» tra gli hutu, i tutsi e i twa, che si erano intensificate nell’epoca coloniale (1890-1962) fino a sfociare in una conclusione atroce. Il genocidio è stato infatti il culmine di un’esclusione etnica di lunga data. Durante il genocidio — che si è perpetrato nell’arco di circa tre mesi, a partire dall’aprile di quell’anno — sono stati uccisi quasi un milione di tutsi e di hutu moderati, ossia coloro che si sono opposti alla pulizia etnica. Alla fine il Paese era in rovina: cadaveri dappertutto, innumerevoli le vedove, gli orfani e i rifugiati. Ogni ruandese è rimasto ferito, quale che fosse la sua appartenenza «etnica», sebbene le ferite siano state di diversa gravità. I ruandesi non devono lasciarsi sopraffare dalle memorie non riconciliate, nemmeno in teologia, ma piuttosto devono aver fede in esse e con esse parlare di Dio. Ricordare significa esserci, ma anche agire e continuare ad agire per costruire una società in cui queste operazioni mostruose siano impensabili. La memoria svolge infatti varie funzioni importanti. In primo luogo, ci spinge ad andare avanti e a stabilire forti legami tra ricordi e verità, perché le memorie selettive o false possono diventare in futuro ideologie oppressive. In secondo luogo, l’appropriazione critica della memoria consente all’umanità di non perdere ciò a cui la maggior parte delle persone tiene di più in assoluto: la dignità della persona umana sostenuta dall’amore del prossimo, perfino quando dimostra di essere un nemico. In terzo luogo, la memoria rafforza la fede della gente nell’andare avanti nonostante sofferenze insensate. In quarto luogo, la memoria ci aiuta a tenere presente il fatto che tutti cadiamo e abbiamo bisogno di perdono. In quinto luogo, rifiutare i ricordi di ciò che abbiamo fatto o di ciò che altri hanno fatto a noi equivale in pratica a rifiutare la nostra vera identità. Infine, la memoria della sofferenza conduce alla solidarietà. Ci sono dunque tanti elementi per poter affermare che la memoria è di importanza decisiva per il futuro del Rwanda: si tratta anche di un imperativo teologico. Cosa sta facendo la Chiesa ruandese in tale direzione?”
Leggendo l’intero articolo, ci si imbatte in una testimonianza che ripercorre l’angosciante esperienza personale del pastore che nel genocidio ha perso parte dei suoi familiari e che arriva  a perdonare, in un incontro drammaticamente travagliato, uno degli assassini dei suoi fratelli e di sua sorella. Ricorda tutto l’orrore di quei cento giorni che hanno lasciato tanti cadaveri sulle strade rwandesi e ora “ossa inaridite” che ancora oggi si incontrano nei vari memoriali del genocidio di cui è costellato il paese. Eppure nella drammaticità della testimonianza di quella che può essere definita una riconciliazione personale,  si fatica a cogliere nell'articolo una convinta e partecipata apertura a una riconciliazione più ampia, che coinvolga la  comunità rwandese nella sua interezza, vincitori e vinti, vittime e carnefici, governanti e governati.

venerdì 28 aprile 2017

Ass. Kwizera: 7.600 euro dal 5x1000 dell'anno 2015


L'Agenzia delle Entrate ha reso noto l'elenco dei beneficiari del 5x1000 dell'anno 2015.
L'Associazione Kwizera onlus è stata scelta da 260 contribuenti che hanno permesso il conferimento di 7.605,14 euro, contro 7.534,97 euro del 2014.
Dopo aver doverosamente ringraziato i 260 sostenitori che hanno destinato il loro 5x1000 del 2015 all'Ass. Kwizera, rinnoviamo l'appello a firmare  anche per il  2017: ricordiamo a tutti i contribuenti la facoltà di destinare il 5x1000 delle proprie imposte semplicemente apponendo la propria firma nell'apposito spazio previsto sul moduli di denuncia dei redditi e inserendo il Codice Fiscale dell'Associazione 90006470463.
L'intero importo sarà investito in Rwanda nel Progetto Amazi, che nel 2017 prevede anche la realizzazione di un acquedotto.

martedì 25 aprile 2017

Kagame sulla riforma dell'Unione Africana

In un incontro tenutosi ieri a Conakry in Guinea, tra il presidente del Rwanda, Paul Kagame, il presidente della Guinea  e dell'Unione Africana, Alpha Conde, del presidente del Ciad, Idriss Deby, e del presidente  della Commissione dell'Unione africana, Moussa Faki Mahamat, hanno cominciato a prendere corpo quelle che potrebbero essere le linee ispiratrici del disegno di  riforma istituzionale dell'Unione africana, secondo  quanto deciso dai responsabili africani all’inizio del 2017.Il presidente Kagame, incaricato, nel corso del vertice dell'Unione africana tenutosi a Kigali lo scorso luglio, di  guidare il processo di riforma, ha sottolineato la necessità di accellerarne  i tempi di attuazione, così come imposto dal contesto dei cambiamenti in corso a livello globale.In particolare, ha evidenziato quale priorità quella di dare attuazione a quanto già deciso in termini di reperimento delle risorse necessarie a finanziare l'Unione Africana: operare un prelievo dello  0,2 per cento sulle importazioni così da raccogliere circa 1,2 miliardi di $ all'anno. Il prelievo dovrà essere curato  dalle autorità di riscossione dei tributi degli Stati membri e conseguentemente conferito all’UA attraverso le rispettive banche centrali. La seconda priorità, secondo Kagame, è quella di muoversi rapidamente con quelle riforme che possono essere attuate subito, a partire dalla necessità che l’Africa si presenti con un punto di vista comune, quando si affaccia sul contesto internazionale, evitando l’attuale confusione. Il presidente rwandese  ha anche sottolineato la necessità di prevedere un meccanismo che responsabilizzi i paesi partecipanti nel dare piena attuazione alle decisioni adottate dall’Unione Africana, particolarmente in materia di finanziamento e di riforme istituzionali. Il clima favorevole al cambiamento, percepibile nel contesto africano, dovrebbe favorire un proseguimento spedito sulla strada delle riforme, quali  potrebbero essere la valorizzazione del ruolo delle   le comunità economiche regionali a prendere l'iniziativa sulle questioni regionali, lasciando che l'Unione Africana si  concentri sulle priorità continentali. Dopo aver auspicato un maggior apertura delle istituzione dell’U.A. ai cittadini con il loro coinvolgimento nell’attività svolta, Kagame ha raccomandato maggiore afficienza nella  gestione degli affari e dei lavori comunitari  nonché nella selezione del personale preposto. Il prossimo appuntamento di lavoro sarà a maggio a Kigali,  quando  funzionari della Commissione dell'Unione africana, i ministri degli Affari esteri e i rappresentanti permanenti degli Stati membri si incontreranno per fare il punto sulla realizzazione delle riforme.

Primo ciclista rwandese al Giro d'Italia

Adrien Niyonshuti
Per la prima volta un ciclista professionista del Rwanda  farà il suo debutto storico alla 100 ° edizione del Giro d'Italia che partirà il 5 maggio da Alghero per concludersi il 28 maggio a Milano. Si tratta di Adrien Niyonshuti, tretenne portacolori della squadra sudafricana Dimension Data, di cui fa parte un altro africano, l’eritreo Daniel Teklehaimanot Girmazion, già vincitore dell'edizione 2010 del Tour du Rwanda.
Gli altri componenti del team sono: Ben King, Igor Anton, Jacques Janse Van Rensburg, Johann Van Zyl, Kristian Sbaragli, Nathan Haas, Natnael Berhane, Omar Fraile e Ryan Gibbons.Nel passato ha gareggiato per il team sudafricano anche il famoso Mark Cavendish.
Niyonshuti, nativo di Rwamagana,  corre nella Dimension Data dal 2009 (allora MTN-Qhubeka) dopo aver frequentato l'Africa Continental Centre Training Camp in Sud Africa. Ha corso per la prima volta in Europa nel Tour 2009 dell'Irlanda, diventando il primo ciclista rwandese a correre per un gruppo professionistico europeo. Niyonshuti ha partecipato alle olimpiadi di Londra e di Rio de Janeiro  gareggiando rispettivamente  nella gara di mountain bike cross-country e nella corsa su strada. In entrambe le olimpiadi è stato il portabandiera del Rwanda. Vive e si allena a Lucca.Lo aspettiamo all’arrivo del tappone alpino di Bormio, che prevede la scalata del Mortirolo da Monno, del Passo dello Stelvio (Cima Coppi) per giungere a Prato allo Stelvio e Glorenza, sconfinare in Svizzera e affrontare l’Umbrail Pass e rientrare quindi in Italia a soli 3 km dalla vetta dello Stelvio per poi piombare su Bormio. Tutto un saliscendi che ricorderà al nostro Adrien le sue colline rwandesi. Gli diamo appuntamento all’indomani, il 24 maggio alla partenza da Tirano. 
Nel frattempo komera komera e murabeho a Tirano!

domenica 23 aprile 2017

Quella lettera pastorale di mons Perraudin del febbraio 1959

La lettera che mons.  André Perraudin,Vicario apostolico di Kabgayi, inviò nella quaresima del 1959 ai fedeli dela propria diocesi occupa indubbiamente un posto di rilievo nella storia del Rwanda. Siamo alla vigilia di passaggi storici fondamentali: dalla fine dell'epoca coloniale alla dichiarazione dell'indipendenza, dall'abolizione della monarchia e alla proclamazione della repubblica. A quella lettera molti fanno risalire grandi responsabilità circa l'innesco dei conflitti interetnici che sono poi sfociati nella guerra civile del 199o-94 e alla sua tragica conclusione.  La recente visita delpresidente Kagame al Papa, che ha riacceso i riflettori sulla storia della Chiesa rwandese e sui suoi uomini, ha portato più di un osservatore a soffermarsi  sul ruolo ricoperto  da mons.  Perraudin, al quale, non più tardi di qualche giorno fa, l'organo filogovernatico The New Times  dedicava un articolo, a firma dello storico Tom Ndahiro, dal  titolo  "L'Arcivescovo Perraudin: "L'uomo di Dio" che ha piantato il seme dell'odio come fosse carità cristiana", che non lascia pochi dubbi interpretativi. Lasciamo volentieri agli storici, professionali e non di parte, pervenire a un giudizio storico equilibrato sul ruolo della Chiesa e dei suoi uomini, compreso mons. Perraudin, nella complessa storia del Rwanda. Qui vorremmo limitarci a proporre una lettura della famosa lettera, al cui proposito L'Osservatore romano del 19 maggio 1999 così scriveva: Le accuse a mons. Perraudin sono ancora più inverosimili. La sua lettera pastorale dell'11 febbraio 1959 ("dell'odio" secondo gli accusatori) è in realtà una lettera che domanda giustizia e carità. In essa si legge: "Nel nostro Ruanda le differenze e disuguaglianze sociali sono in gran parte legate alle differenze di razza, nel senso che le ricchezze, il potere politico e anche giudiziario sono in realtà – in proporzione considerevole – nelle mani della gente di una stessa razza". Egli additava cioè il problema dell'emarginazione sociale subita dalla popolazione di etnia hutu che costituiva la maggioranza. Egli aggiunge che "questo stato di cose è l'eredità di un passato che non dobbiamo giudicare"; nello stesso tempo egli domanda che siano assicurati "a tutti gli abitanti e a tutti i gruppi sociali legittimi gli stessi diritti fondamentali". Risulta chiaro che la propaganda politica con­tro il vescovo e i missionari cerca di far ricadere sulla chiesa (e come una colpa) l'opera di "politicizzazione degli hutu" (circa l'85% della popolazione) che avrebbe portato al crollo della monarchia tutsi (circa il 12%) al tempo dell'indipendenza, alla loro estromissione dal potere fino al 1994 e al genocidio.
"Super omnia Caritas" era il titolo della lettera che si articolava in una prima parte dedicata appunto alla carità nella vita del cristiano  e in una seconda in cui il presule analizzava la situazione del paese di  quel lontano 1959. Qui, mons. Perraudin evidenziavano le numerose criticità di ordine sociale e politico che caratterizzavano il paese, spingendosi a suggerire i criteri attraverso i quali "le istituzioni di un paese siano in grado di fornire realmente a tutti i suoi abitanti e a tutti i gruppi sociali legittimi, gli stessi diritti fondamentali e le pari opportunità di sviluppo umano  e di  partecipazione alla vita pubblica". L'analisi della situazione rwandese e le conseguenti proposte traggono  ispirazione dal complesso dei principi della dottrina sociale della Chiesa, che trovano qui una loro corretta  declinazione, per certi versi anticipatrice di future acquisizioni del magistero, si pensi alla Popolorum progessio, che verrà qualche anno dopo. Riproponiamo qui di seguito, in una nostra traduzione, questa seconda parte in cui ognuno potrà serenamente valutare la fondatezza delle accuse mosse al prelato, con riferimento specifico ai contenuti della lettera e non alla loro eventuale strumentalizzazione. 
Applicazioni alla situazione del paese.
Ci sono anche nel nostro amato Rwanda,

venerdì 14 aprile 2017

Il 34% degli aiuti italiani per lo sviluppo utilizzati per l'accoglienza dei migranti

Secondo la pubblicazione annuale dell’OCSE sull’aiuto pubblico allo sviluppo (APS), i fondi destinati nel 2016  all’APS ammontano  a 142 miliardi di dollari, in  crescita dell’8,9% rispetto all'anno precedente.Nonostante questa evoluzione, i dati 2016 mostrano però che  gli aiuti bilaterali ( da governo a governo) per i paesi meno sviluppati sono scesi del 3,9% in termini reali rispetto al 2015, e gli aiuti all'Africa dello 0,5%. Il motivo di tale contrazione è dovuto al fatto che oltre 15 miliardi di dollari, distolti dalla loro naturale destinazione allo sviluppo, sono stati usati dai paesi donatori per sostenere i costi dell’accoglienza dei rifugiati nei loro territori. Nei fatti,  tali fondi sono stati sottratti ai veri destinatari,  i 767 milioni di persone che ancora oggi vivono in estrema povertà nei paesi del terzo mondo, per essere utilizzati nell'accoglienza di poche centinaia di migliaia di migranti. Analogo trend ha interessato l'Italia. Infatti, il nostro paese, pur essendo ancora molto lontano dall'obiettivo pluridecennale di devolvere lo 0,7% del PIL in APS (ad oggi, solo sei dei trenta Stati Membri dell’OCSE – Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Regno Unito e Germania – hanno mantenuto questa promessa), conferma  però un trend positivo di crescita dell’APS: dai 4 miliardi di dollari del 2015 si è passati a 4,85 miliardi del 2016, passando dallo 0,22 allo 0,26 della percentuale di APS in rapporto al PIL. Di questi  200 milioni alimentano il cosiddetto “Fondo Africa” che dovrebbe far  confluire risorse importanti in alcuni paesi del continente per interventi di cooperazione allo sviluppo. Analogamente a quanto fatto da altri paesi, anche l'Italia ha però attinto, secondo l'ong OXFAM,  ( vedi anche dossier 2016) ai fondi per lo sviluppo per far fronte all'emergenza migranti il cui costo risulta in forte crescita attestandosi al 34% dell’intero APS italiano ( 24,30% nel 2015), raggiungendo  oltre 1,66 miliardi di dollari. Tale importo distratto dall'APS va a coprire parte dei 3,3 miliardi di euro ( pari a 3,5 miliardi di dollari), al netto dei contributi europei, stimati dal ministero dell'economia quale costo nel 2016 e i 3,8 miliardi di euro previsti per il 2017. 
Nel complesso il fenomeno evidenziato dall'OCSE impone una riflessione. 
L'importo di 15 miliardi di dollari, ai costi sostenuti dal governo italiano di 35 euro al giorno per il mantenimento di un migrante, servirebbero per l'accoglienza di poco più di 1.110.000 migranti, senza contare tutte le spese connesse. Ebbene, se quegli stessi 15 miliardi di dollari fossero utilizzati nei paesi in via di sviluppo  quante persone si potrebbero togliere dalla morsa della fame, tenuto conto che il livello minimo di sopravvivenza nei paesi poveri è stabilito a livello mondiale in 1,25 dollari al giorno? Si va da un minimo di 32 milioni di persone che non hanno nulla,  a salire se si va a integrare il reddito di coloro che riescono a sopravvivere.
Solo non confrontandosi con la dura realtà dei numeri si può sostenere la bontà di una politica dell'accoglienza che fa un uso antieconomico delle limitate risorse disponibili e, soprattutto, è del tutto  incapace di misurarsi con l'evidente e profonda ingiustizia insita in una politica miope che privilegia la minoranza di chi sbarca rispetto alle centinaia di milioni di persone, lontani dalle telecamere, che non vogliono o non possono partire. 

lunedì 10 aprile 2017

Il Mobile potrebbe tagliare i costi delle rimesse dei migranti

In occasione dell’evento “I soldi parlano: i migranti contano”, tenutosi sabato 8 aprile al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, Adolfo Brizzi, direttore presso il Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) ha approfondito il ruolo che le rimesse dei migranti riveste per milioni di famiglie rimaste nei paesi d'origine, consentendo loro di elevare i propri standard di vita al di sopra dei livelli di sopravvivenza e vulnerabilità, nonché di investire in salute, istruzione, alloggio e iniziative imprenditoriali.
Secondo il relatore, le rimesse – il denaro spedito a casa, ai parenti, dai lavoratori emigrati – dei circa 250 milioni di migranti che vivono al di fuori dei loro paesi di origine arrivano a sostenere altri 750 milioni di persone in tutto il mondo. Movimenti finanziari che  influenzano direttamente la vita di una persona su sette tra gli abitanti del nostro pianeta.
Naturalmente solo una piccola parte di quel che i lavoratori migranti guadagnano,  in genere somme di 200 o 300 dollari alla volta, vengono spedite  a casa, diverse volte l’anno. Cifre all'apparenza piccole, ma che sommate tra loro hanno raggiunto la quota, secondo la Banca Mondiale,  di circa 600 miliardi di dollari nel 2015; una cifra che rappresenta oltre il triplo del totale degli aiuti ufficiali allo sviluppo a livello mondiale. Tale imponente flusso di denaro è fonte di lucrosi guadagni da parte dei diversi intermediari che ne curano, a livello mondiale, il trasferimento  dalle città dell'occidente al più sperduto villaggio dei paesi originari dei migranti. Alla luce dei costi medi richiesti per la trasmissione del denaro  tali rimesse generano un business di oltre 40 miliardi di dollari all'anno, appannaggio dei diversi operatori coinvolti,  banche , servizi postali, operatori di money transfer e compagnie telefoniche.  
Secondo l'ultimo Remittance Price Worldwide della Banca Mondiale del marzo scorso, il costo medio di queste rimesse, nel 1 ° trimestre 2017, si posizionava al 7,45 per cento, inferiore a quello del 2012 che era dell'8,96 per cento.  Il dato è però ancora superiore al 5% che il G8 del 2009 e il successivo G 20 si erano dati come obiettivo per il 2014  e al 3 per cento fissato come obiettivo per il 2030 dall’ONU. L’Asia del Sud rimane la destinazione  più economica, con un costo medio del 5,40%, contro il 6,54% del 2012. Sempre nel 1 ° trimestre 2017, l'Africa sub-sahariana ha registrato un costo medio del 9,81% a fronte del 12,40%  del 2012.  Le banche restano il gestore delle rimesse più costoso,  con un costo medio dell' 11,18 per cento, seguite dalle Poste con il 6,57%, dagli Operatori di Money Transfer  con il 6,32% e dagli operatori telefonici Mobile  con il 2,87% .
A quest'ultimo canale ha deciso di affidarsi , fin dalla metà del 2015, anche il Rwanda dove la principale compagnia telefonica mobile locale MTN Rwanda, del Gruppo sudafricano MTN attivo in tutto il continente,  ha siglato un accordo con  Western Union, leader mondiale nel trasferimento di denaro al di fuori del canale bancario,  per consentire ai rwandesi che vivono all'estero di inviare denaro direttamente ai telefoni cellulari dei loro parenti in Rwanda che già utilizzano il servizio di Mobile Money. 
Questo scenario potrebbe trovare ulteriore sviluppo se anche nei paesi d'origine delle rimesse scendessero in campo le compagnie telefoniche occidentali, intaccando il monopolio di Western Union e Money Gram.  Questi ultimi finora l'hanno fatta da padroni,  forti della ramificata  rete di propri corrispondenti locali  nei paesi di destinazione delle rimesse. Anche questo vantaggio potrebbe tuttavia essere insidiato dai punti vendita delle compagnie telefoniche locali che si possono tranquillamente trovare anche nel più sperduto dei villaggi africani.

sabato 8 aprile 2017

Petrolio e idroelettrico per il futuro energetico del Rwanda

Elettrificazione rurale a Kiruri
Nell'ultima settimana il Rwanda ha siglato due importanti accordi funzionali a garantire il soddisfacimento del fabbisogno energetico del paese nell'immediato futuro.Il primo accordo ha visto come controparte la Repubblica Democratica del Congo e come oggetto la prospezione dei fondali del lago Kivu che i due paesi condividono. In caso di prevedibili ritrovamenti, l'accordo prevede lo sfruttamento  in comune dei giacimenti individuati. Già ora, il Rwanda estrae dai fondali del lago gas metano che viene utilizzato per l'alimentazione di una centrale elettrica.
Il secondo accordo, siglato con Tanzania e Burundi, prevede la costruzione di una centrale idroelettrica sulle cascate Rusumo, al confine tra i tre paesi.Il progetto, finanziato dalla Banca Mondiale, dovrebbe permettere ai tre paesi vicini di condividere equamente 80 megawatt (MW) di energia elettrica.L'impianto prevede la realizzazione di mini-dighe sul fiume Kagera da parte  di due consorzi, uno cinese e l'altro composto da aziende tedesche e indiane, per un investimento complessivo che dovrebbe aggirarsi attorno a 340 milioni di dollari.Ricordiamo che il Rwanda ospita anche il più grande insieme di pannelli solari ( 28.360 pannelli su 20 ettari) installati in Africa, al di fuori Sud Africa e Mauritius, che con una capacita' di 8,5 mega watt garantisce il soddisfacimento del 6% del fabbisogno nazionale.L'impianto è stato realizzato nel 2015 dalla società olandese Gigawatt Global una multinazionale specializzata nello sviluppo e gestione di energia solare nei mercati emergenti, utilizzando pannelli prodotti dalla società israeliana Energiya Global.

mercoledì 5 aprile 2017

Il delegato pontificio a Medjugorie ricorda le apparizioni di Kibeho

 C'era attesa per la prima visita ufficiale del delegato di Papa Francesco, l’arcivescovo polacco Henryk Hoser, inviato a Medjugorie, per seguire la pastorale nel paesino della Bosnia-Erzegovina dove dal 1981 secondo la testimonianza di sei veggenti la Madonna appare con il titolo di Regina della pace. Per una cronaca della missione  dell’arcivescovo di “Praga” quartiere di Varsavia della cui diocesi è titolare, rimandiamo all’articolo de La Bussola quotidiana. Quello che qui interessa è il richiamo che mons. Hoser ha fatto al Rwanda nella sua omelia, in particolare quel richiamo forte all'apparizione della Madonna a Kibeho. Riportiamo qui di seguito il relativo passaggio, tratto dalla trascrizione pubblicata dal giornalista Paolo Brosio sul suo sito.
"Maria è Regina, noi contempliamo i Misteri Gloriosi del Rosario e contempliamo Lei che è Regina del Cielo e della Terra. Meditiamo nei Misteri Gloriosi la Sua incoronazione per la Regina dei Cieli e della terra. Lei partecipa in tutte le caratteristiche del Regno di Suo Figlio, di Colui che era creatore del Cielo e della terra, il Suo Regno è universale e Lei è dappertutto. E dappertutto è ammesso venerare la Beata Vergine Maria. Noi ringraziamo la Madonna per la sua costante presenza a fianco di ciascuno di noi.
Regina della pace è il frutto della conversione, Lei introduce la Pace nel nostro cuore, per mezzo di questo noi diventiamo uomini pacifici, tranquilli nelle nostre famiglie, nella nostra società, nei nostri paesi.
La pace è minacciata nel mondo intero e il Santo Padre Francesco ha detto che la terza guerra mondiale in certe parti è già presente. Le guerre più terribili sono le guerre civili che avvengono tra i popoli dello stesso paese.
Cari fratelli e sorelle, io ho vissuto 21 anni in Ruanda in Africa, nel 1982 lì è apparsa la Beata Vergine Maria e la Madonna ha previsto il genocidio in Ruanda, lo ha detto 10 anni prima e le persone in quell’epoca non hanno capito niente dei Suoi messaggi sul genocidio. Il genocidio ha ucciso in tre mesi un milione di persone. Le apparizioni della Beata Vergine Maria in Ruanda sono già state riconosciute e Lei è riconosciuta così come si è presentata, come Madre della Parola Eterna.
Proprio nella prospettiva della mancanza di pace è la venerazione della Madonna, ed è così intensa qui ed è talmente importante per il mondo intero, richiamo per la Pace perché le forze distruttive oggi sono immense. Crescono continuamente gli scontri nelle famiglie, nelle società, nei paesi; abbiamo bisogno dell’intervento del Cielo e la presenza della Beata Vergine Maria è uno di questi interventi, dell’iniziativa di Dio. Perciò voglio incoraggiarvi, esortarvi come inviato speciale del Santo Padre".