"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

venerdì 30 dicembre 2016

Calciatore compie rituale di stregoneria durante partita del campionato rwandese

Quasi ogni domenica assistiamo sui campi di calcio nostrani ai più estemporanei gesti scaramantici da parte di protagonisti del mondo del pallone. Quello raccontato in questo articolo  e rappresentato nel filmato che segue supera però l'ordinario folklore calcistico. I fatti si riferiscono all'incontro del massimo campionato rwandese del 16 dicembre scorso, tra il Mukura Victory e il  Rayon Sports. Dopo che al 39′ minuto un colpo di testa dell'attaccante Moussa Camara veniva respinto dalla traversa, sul finire del primo tempo, con la squadra di casa in vantaggio per una rete a zero, al 46° minuto,  improvvisamente,un  giocatore  ospite si lancia in una corsa sfrenata,  al di fuori di ogni logica di gioco e ben lontano dalla palla, verso  la porta avversaria.
E' proprio lo sfortunato  Moussa che, tra la sorpresa del pubblico, quasi si inginocchia ai piedi del palo della porta, facendo il gesto di deporvi qualcosa, per poi scapparsene via in tutta fretta indirizzandosi verso la zona delle panchine, invano inseguito dal portiere e dagli altri avversari intenzionati ad aggredirlo.Corre verso la propria panchina, accolto da trionfatore dai suoi compagni, fa quindi ritono in campo, giusto il tempo per prendersi un'ammonizione dall'arbitro con la motivazione di aver compiuto gesti di stregoneria. Il buon Moussa non deve però essersela presa troppo per quella ammonizione, almeno alla luce dello sviluppo successivo della partita Mukura Victory-  Rayon Sports. Infatti, non passano  che pochi minuti dall'inizio della ripresa, precisamente al 52°,  quando Moussa Camara raggiunge il pareggio con un colpo di testa su cui nè il portiere nè tanto meno la traversa, questa volta,  riescono a opporsi. La partita finirà 1-1, con unico e indiscutibile protagonista l'ineffabile Moussa Camara, e non solo per il gol messo a segno.

mercoledì 21 dicembre 2016

Auguri

A tutti un cordiale augurio 
per un sereno Natale e un felice 2017
Noheli nziza
 n’Umwaka mushya muhire 2017

sabato 17 dicembre 2016

Apre il terzo ristorante "italiano" a Kigali

L'interno del Filini restaurant di Kigali
Da una recensione apparsa su The New Times ha fatto la sua comparsa a Kigali un nuovo ristorante italiano: sarebbe il terzo dopo il Sole  Luna  e il Brachetto. Il terzo arrivato è il Filini restaurant aperto all’interno del  Radisson Blu Hotel, nel contesto del nuovo centro congressi di Kigali.Dall’esperienza dell’autore del pezzo non ci pare che il nuovo arrivato possa destare qualche preoccupazione in Dionigi e Alessandro, i due patron dei ristoranti italiani presenti su piazza, che mai si sognerebbero di servire ai loro clienti, ormai abituati all'ottimo livello dei loro piatti, tagliatelle alla bolognese scotte. In effetti, sembra che il Filini restaurant di italiano abbia semplicemente il nome, essendo parte di una catena internazionale operante all’interno degli alberghi  della catena Radisson in diversi paesi europei, africani e americani, tranne che in Italia. Per fare cucina italiana non basta mettere nel menù pizza, spaghetti , tagliatelle e risotto; ci vuole, infatti,  quel tocco magico di originalità italiana che ti può arrivare solo da un retroterra di vissuto personale veramento italiano che nessuna catena, per organizzata ed efficiente possa essere, saprà mai infondere ai suoi dipendenti che non "masticano" italiano.

sabato 10 dicembre 2016

Giornata mondiale dei diritti umani: l’ONU promuove il Rwanda

In un lungo articolo comparso oggi su The New Times, l’ONU, per bocca del suo rappresentante in  Rwanda, Lamin M. Manneh, rilascia un generoso  giudizio positivo sullo stato dei diritti umani in Rwanda, che probabilmente non raccoglierà  la condivisione di diversi organismi internazionali che hanno un approccio più critico sull'argomento. Lo fa in occasione della giornata mondiale dei diritti umani, una celebrazione sovranazionale che si tiene in tutto il mondo il 10 dicembre di tutti gli anni per ricordare la proclamazione, nel 1948, da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani. 
In particolare, dopo aver ricordato gli interventi che con il sostegno dell’ONU il governo rwandese ha attuato in ambito giudiziario cha ha permesso “di fare passi avanti nel garantire l’attuazione dei principi della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”, il rappresentante dell’ONU riconosce “ il forte impegno del presidente Paul Kagame ad assicurare che  tutti i ruandesi godano delle libertà più ampie nella massima misura possibile, in particolare la libertà dalla discriminazione su base etnica, di classe, di reddito e di genere; libertà dal bisogno e dall'ignoranza; libertà da problemi di salute; la libertà dalla insicurezza personale e nazionale, nonché la libertà di partecipare pienamente nei processi di sviluppo e di trasformazione del paese che si riflettono negli indicatori di buona gestione e socio-economiche molto favorevoli del paese.” La rappresentanza ONU in Rwanda continuerà quindi a “collaborare con altri partner per lo sviluppo a sostenere il governo e il popolo del Rwanda nel loro sforzo per assicurare il godimento della più ampia gamma possibile di diritti umani da parte di tutti”. 

sabato 3 dicembre 2016

I batwa di Kibali ci riprovano: procede bene il progetto agricolo

Batwa al lavoro sui terrazzamenti di Kibali

Incontro formativo sull'alimentazione dei bambini
Causa il ritardo dell’arrivo delle piogge, il progetto di messa a coltura  dei terreni che circondano il villaggio della comunità batwa di Kibali, ha avuto inizio solo nella prima quindicina dell’ottobre scorso , sotto la supervisione di un agronomo della Caritas diocesana di Byumba.  La semina è stata effettuata, dopo adeguata concimazione dei terreni,  su una superficie di 1,5 ettari: un ettaro di pertinenza della cooperativa TWITEZIMBERE, che raggruppa un certo numero di famiglie batwa, e mezzo ettaro distribuito fra le rimanenti famiglie che non hanno aderito alla cooperativa. Nel complesso nel villaggio vivono ancora, dopo le criticità evidenziatesi nel recente passato, 49 famiglie.Il coinvolgimento delle famiglie che non aderiscono alla cooperativa mira allo scopo di mostrare loro le potenzialità che un lavoro agricolo può loro riservare e responsabilizzarle perché non si verificassero, come successo in passato, casi di furto delle patate appena seminate. A questo proposito per i primi giorni dopo la semina, fino a quando sono cominciate a spuntare le prime piante, i membri della cooperativa hanno garantito un servizio di guardia. A metà novembre, dopo aver effettuato un trattamento per prevenire la peronospora, si è proceduto alla rincalzatura delle piante. Il buon lavoro fin qui svolto ha attirato l’attenzione anche della Croce Rossa rwandese che ha messo a disposizione della cooperativa altro terreno da mettere a coltura foraggera per l’alimentazione delle mucche della comunità. All'attività agricola, i tecnici della Caritas hanno affiancato anche un'opera di sensibilizzazione circa l'importanza della frequentazione scolastica dei bambini batwa e incontri formativi delle mamme in materia di nutrizione.

mercoledì 30 novembre 2016

Rwandese emula di Renzi: da Firenze a Kigali per partecipare alle presidenziali 2017

Nadine Claire Kasinge
Ha cominciato con gli scout dell’Agesci a Firenze poi si è avvicinata al PD toscano, ha quindi lavorato per la  Florence Multimedia, la società che curava la comunicazione per la Provincia presieduta da Matteo Renzi, adesso vuole rientrare nel suo paese, il Rwanda, per buttarsi nell’agone politico e partecipare, come portavoce di un piccolo partito politico di opposizione, Ishema, alle prossime elezioni presidenziali, sempre che riesca ad approdare a Kigali, la capitale. Stiamo parlando della trentaseienne rwandese Nadine Claire Kasinge che, con il piccolo figlio, Kejo Skyler, di sette mesi,  è stata bloccata, mercoledì scorso 23 novembre, nell’area transiti dell’aeroporto di Nairobi, in Kenya, dove era sbarcata da  un volo  Kenya Airways proveniente da Amsterdam con destinazione finale Kigali, unitamente a padre Thomas Nahimana, segretario del partito Ishema, e di un altro compagno di partito. La piccola delegazione che intendeva rientrare in Rwanda per partecipare alle prossime elezioni presidenziali del 2017, a cui padre Nahimana vorrebbe candidarsi, è rimasta bloccata a terra non avendo ricevuto l’ok delle autorità rwandesi all’ingresso in Rwanda, per motivi burocratici.
Ecco la storia di questa  emula di Renzi, almeno per la parte di formazione giovanile, così come l’interessata l’ha raccontata in occasione di una manifestazione pubblica tenutasi in Canada nel 2015.
Originaria della prefettura di Byumba, si trovava in città quando nella notte del 06-07 Aprile 94, tutta la sua famiglia, che si era trasferita nella capitale per lavoro, viene sterminata dalle milizie ribelli: muoiono la madre, il ​​padre, un fratello e 3 sorelle. Rimasta orfana a tredici anni, come migliaia di altri bambini rwandese, si rifugia da profuga in Zaire, attuale R.D. del  Congo, passando per Goma, condividendo la miseria dei campi profughi.
Nell'agosto del 1995 ha la possibilità di lasciare il campo profughi di Kibumba e approdare a Firenze, dove può  tornare sui banchi di scuola. “Quando sono arrivato in Italia - ricorda Nadine -  ho avuto la possibilità di essere accolta e integrata in un gruppo scout che mi ha insegnato molto sulla vita nella società e ha risvegliato la mia consapevolezza sul ruolo di ciascuno nella costruzione o distruzione di un paese. E’ stata l’Agesci (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani), che ha instillato nella mia mente i valori essenziali come il coraggio, il patriottismo, la libertà, la condivisione, l'efficienza del lavoro di squadra, ecc ... E nel movimento scout che sono stata sedotta dall’importanza del lavoro in rete, ma, soprattutto, ho capito il valore del senso di responsabilità “.

domenica 27 novembre 2016

Biogas e cisterne per la comunità delle Suore Domenicane di Matimba


Durante una cerimonia tenutasi ieri sul lago Muhazi,   il primo ministro rwandese, Anastase Murekezi, ha esortato tutti i rwandesi a coltivare, preservare e utilizzare in modo efficiente le risorse naturali adottando l'uso di gas e biogas per la cottura dei cibi e per l'illuminazione, in particolare per coloro che vivono nei villaggi. Perchè, come ha affermato il Primo Ministro, "il biogas è anche più economico rispetto alla legna e al carbone, garantendo l'igiene e senza influire sulla qualità del letame utilizzato".L’invito del Primo Ministro è già stato fatto proprio dalla  comunità delle Suore Domenicane Missionarie d’Africa di Matimba che, con l’aiuto dell’Ass. Kwizera, hanno portato a termine in questi giorni il loro impianto di biogas, come dimostrano le foto che pubblichiamo. La comunità, una delle cinque dell'ordine operanti in Rwanda, è attiva nell’istruzione professionale delle giovani, con corsi di cucito e di economia domestica,  oltre che nella formazione di giovani 
aspiranti alla vita religiosa; gestisce anche un Centro di sanità. La comunità di Matimba ha altresì usufruito, nell’ambito del Progetto Amazi dell’Ass. Kwizera, di due cisterne, a cui se ne aggiungeranno presto altre due, per la raccolta dell’acqua piovana, in una zona, come quella di Matimba, particolarmente secca. 

giovedì 24 novembre 2016

Scuse dei vescovi insufficienti, per il governo rwandese servono quelle del Vaticano

Sono trascorsi solo tre giorni dalla lettera di scuse dei vescovi rwandesi per le colpe che singoli componenti della Chiesa abbiano potuto commettere nell'ambito del genocidio, e ieri è arrivata, abbastanza prevedibile, la reazione ufficiale del Governo. In un comunicato ufficiale,  il governo, dopo aver sottolineato " la profonda inadeguatezza" della presa di posizione dei vescovi rwandesi, che evidenzia come "la Chiesa cattolica sia ancora lontana da una resa dei conti completa e onesta con le sue responsabilità morali e legali", chiede esplicitamente "le scuse da parte del Vaticano, come è accaduto più volte con altri casi di minore entità". Non piace, in particolare, al governo rwandese che " i vescovi sembrino escludere qualsiasi colpa della Chiesa cattolica nel suo complesso in relazione al genocidio" quando "ogni ricostruzione storica contraddice questa affermazione di divisione". Il documento del governo deplora altresì "che alcuni sacerdoti si siano apparentemente rifiutati di leggere il messaggio dei vescovi ai fedeli come previsto, dissociandosi quindi anche da questo  debole espressione di rammarico". Rimane il parziale apprezzamento per "la presa di posizione dei vescovi sull'importanza della lotta contro l’ideologia del genocidio" cui si aggiunge l'assicurazione che le autorità "continueranno a impegnarsi in un dialogo aperto e franco con dirigenti della Chiesa con l’intento di  incoraggiare la Chiesa cattolica ad affrontare il proprio passato, senza scuse o  paura, proprio come hanno fatto  gli stessi rwandesi negli ultimi ventidue anni".

martedì 22 novembre 2016

Merkel african style: pronta al quarto mandato

Deve aver suscitato qualche sorriso beffardo sul viso di tanti autocrati africani la notizia che la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha sciolto la riserva decidendo di candidarsi nel 2017 per la quarta volta a cancelliera, naturalmente al solo scopo di“continuare a servire ancora per quattro anni la Germania” . E’ dal novembre del 2005, quando l'allora 51enne leader della Cdu, il partito cristiano-democratico tedesco, fu chiamata a formare il suo primo governo, che non ha più lasciato la sua poltrona. Seppur in un contesto costituzionale totalmente diverso dotato di pesi e contrappesi, dove peraltro i cancellieri precedenti sono stati al potere anche 16 anni di seguito, siamo in presenza di una cancelliera che è al potere da un lasso di tempo inferiore  di solo due anni a quello del presidente rwandese, ma anche di altri esponenti africani.Di fronte a questo esempio proveniente da una delle democrazie dell’occidente, risulta meno facile, per lo meno agli occhi degli interessati e magari della loro gente, impartire lezioni di democrazia a quegli autocrati africani che brigano per togliere, naturalmente passando al vaglio elettorale della propria gente,  dalle rispettive costituzioni i limiti ai mandati presidenziali, magari complessivamente inferiori alla durata in carica della dama di ferro tedesca. D’altronde, anche per la Merkel,  proprio come per i suoi colleghi africani, la parola d’ordine è sempre la stessa: come può andare avanti il paese in questi momenti difficili senza di me che ho ancora molto da dare alla mia gente?
Naturalmente abbiamo scherzato....... ma non troppo!

lunedì 21 novembre 2016

La Chiesa rwandese chiede perdono per il genocidio

 In una lettera emanata a conclusione dell'anno del 'Giubileo della Misericordia di Dio'  ( al momento disponibile solo in Kinyarwanda) e letta ieri a conclusione delle messe festive nelle chiese rwandesi, i vescovi cattolici delle nove diocesi del Rwanda hanno chiesto perdono per il ruolo che la Chiesa ha potuto avere nel genocidio del 1994.  Come ha spiegato all'agenzia Fides il  Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Philippe Rukamba, Vescovo di Butare,“la lettera è divisa in 14 punti. Nella prima parte ringraziamo Dio per tutto quello che ci ha donato, la vita, i figli, la cultura, la Chiesa che ha più di 100 anni. Nella seconda parte chiediamo perdono per il genocidio come individui, perché non è la Chiesa in quanto tale che ha commesso questi crimini, ma sono i suoi figli che hanno peccato. Si condanna anche l’ideologia del genocidio che è stato un elemento importante nel scatenare la tragedia che comportato la distruzione di così tante vite e del tessuto sociale del nostro Paese”.
Nella lettera, che fa seguito al mea culpa che nel 2000, in occasione del centenario di fondazione della chiesa rwandese, i vescovi avevano già formulato in maniera meno esplicita, si può leggere, secondo quanto riferito dalle agenzie internazionali," Ci scusiamo a nome di tutti i cristiani per tutte le forme di torti che abbiamo commesso. Ci dispiace che i membri della Chiesa abbiano violato il loro giuramento di fedeltà ai comandamenti di Dio". I Vescovi hanno anche ufficialmente condannato l’ideologia del genocidio, ricordando, peraltro, come appena un mese dopo l’inizio del genocidio, Papa Giovanni Paolo II sia stato il primo, a livello mondiale, a condannare ufficialmente le atrocità in atto, bollandole esplicitamente come un genocidio, e a invocare per i responsabili il giudizio di Dio e della storia.Nella lettera, i Vescovi hanno chiesto perdono per l’odio diffuso nel paese, “fino al punto di odiare anche i nostri confratelli a causa della loro appartenenza etnica e di non aver dato dimostrazione di essere una sola famiglia, uccidendoci invece  a vicenda." E ancora, " ci scusiamo per tutte le guerre che si sono verificate in questo paese. Perdonaci per i crimini commessi da sacerdoti e suore e dalla leadership della chiesa che hanno promosso divisionismo etnico e odio, ".Questo passo della Chiesa, che nel lacerante periodo della guerra civile piange, a sua volta, ben 248 vittime tra il personale ecclesiastico, ivi compresi tre vescovi, è stato accolto favorevolmente dalle autorità che da tempo, praticamente dall’indomani della conclusione della guerra civile,  hanno più volte invocato  un simile gesto

mercoledì 16 novembre 2016

Singapore, Rwanda e l'uso libero del web

Freedom on the Net nel mondo
Da tempo, in maniera più o meno esplicita, la leadership rwandese ha espresso ammirazione per il modello di sviluppo economico della piccola città stato di Singapore, tanto che  ormai da tempo i media internazionali parlano del Rwanda come la Singapore dell’Africa.I riferimenti a questa realtà attengono, da parte rwandese,  prevalentemente all’aspetto economico che ne ha caratterizzato lo sviluppo in questi ultimi decenni, non disdegnando anche qualche attenzione circa  il modello di governance politica. Già in passato abbiamo rappresentato la realtà di Singapore ( clicca qui), oggi ne facciamo un aggiornamento segnalando questa analisi del sociologo canadese Derrick de Kerckhove, che sul quotidiano Avvenire, partendo appunto dall’esperienza di Singapore, denuncia i rischi di una deriva possibile che la «datacrazia» (il potere dei dati), potrebbe produrre sui comportamenti dei cittadini, costretti ad adeguarsi ai modelli sociali imposti, attraverso la tecnologia, da chi detiene il potere. Per leggere l’articolo clicca qui.
 A proposito dell’uso e del controllo del web, a inizio mese è stato rilasciato il rapporto annuale Freedom on the Net redatto dalla fondazione americana Freedom House. Il giudizio rilasciato sul Rwanda è quello di un paese “parzialmente libero”, con uno score di 51/100 mediano nella classifica mondiale e migliore di quello di Singapore che è di 41/100, in cui è di molto migliorato l’accesso a internet dal punto di vista tecnologico, ma il cui uso deve parallelamente scontare significativi controlli e limiti da parte delle autorità.  Il giudizio completo sul Rwanda contenuto nel Rapporto è consultabile cliccando qui.

sabato 12 novembre 2016

Continua il ping pong giudiziario Francia-Rwanda

I rapporti franco–rwandesi stanno rivivendo un momento particolarmente delicato, dopo che già in passato si era arrivati a una rottura diplomatica tra il 2006 3 il 2009. La materia  del contendere, come nel passato, è l’azione della magistratura francese che all'inizio di ottobre  ha imprevedibilmente riaperto il dossier sull’abbattimento, il 6 aprile 1994, dell’aereo presidenziale, che aveva portato alla morte dell'ex presidente Juvenal Habyarimana  e del suo omologo burundese, oltre naturalmente all’equipaggio francese. Alla mossa francese ha risposto la giustizia rwandese con l’esplicita minaccia di incriminazione di esponenti francesi con l’accusa di aver '' deliberatamente assistito nella progettazione ed esecuzione di genocidio ruandese che ha ucciso più di un milione di persone. '' La reazione rwandese fa seguita all’intenzione dei  giudici francesi che hanno deciso di rilanciare la loro indagine per  sentire l'ex capo di stato maggiore rwandese e da ultimo ambasciatore in India, gen. Faustin Kayumba Nyamwasa, attualmente in esilio in Sud Africa, dove è stato oggetto di un  attentato. Dopo che la Commissione nazionale contro il Genocidio (CNLG) aveva  pubblicato nei giorni scorsi un rapporto “La manipolazione del dossier dell’aereo di Habyarimana, un occultamento di responsabilità francesi nel genocidio ", in cui comparivano i nomi di 22 alti ufficiali francesi accusati di essere coinvolti nel genocidio del 1994, ieri il ministro degli Esteri rwandese, signora  Louise Mushikiwabo, reagendo a quella che ha definito  “l'intimidazione giudiziaria francese", ha preannunciato una nuova lista contenente i nomi di alti funzionari francesi accusati di complicità nel genocidio, aggiungendo che  "come paese, siamo arrivati ​​a un punto in cui dobbiamo dire che l'attività, l'impunità, l'atteggiamento e le azioni della Francia belligerante non sono più accettabili” arrivando a minacciare di rendere pubbliche tutte le informazioni che indicano chiaramente il coinvolgimento di vari funzionari francesi, militari, politici e dei servizi segreti e tutte le persone che hanno giocato un ruolo nel genocidio.
Alla luce degli ultimi avvenimenti è probabile che l'ambasciata francese a Kigali rimarrà ancora per qualche tempo senza ambasciatore; lo è da oltre un anno, dopo che  l'ambasciatore inizialmente designato dalla Francia non ha raccolto il gradimento delle autorità rwandesi e, nel frattempo, è già stato  inviato nella Guinea equatoriale. 

lunedì 7 novembre 2016

A Matimba il Progetto Mikan diventa strumento di pastorale familiare

Al termine del suo mandato pastorale a Matimba, il parroco abbé Emmanuel Ntadimana, ora trasferito presso la parrocchia di Nyagatare, ha voluto fare il punto di come il Progetto Mikan si è sviluppato nella parrocchia, evidenziandone tutte le potenzialità che lo stesso Progetto può assumere nell'ambito della pastorale familiare parrocchiale. A fine estate ha avuto luogo la cerimonia di consegna  delle capre (kuzitura in Kinyarwanda) da parte delle vecchie famiglie, che le avevano ricevute dall'Ass. Kwizera e si erano impegnate a consegnare il primo capretto, a 6 nuovi gruppi, per un totale di 150 nuove famiglie. Tutte le famiglie coinvolte fanno parte del Forum delle coppie,  IHURIRO RY’INGO, e sono state adeguatamente preparate in momenti formativi curati da don Deogratias Nshimiyimana, parroco di Nyagahanga e cappellano diocesano per la pastorale familiare, affiancato da una coppia della propria parrocchia, Emile Gisagara e Florence Nyiramucyo. Oltre le informazioni specifiche sulla
conduzione del progetto, regole e nozioni circa l'allevamento delle capre, una addetta del locale Centro di sanità ha altresì fornito a tutte queste famiglie anche nozioni di salute riproduttiva e regolazione delle nascite.Le vere specificità dell'esperienza delle coppie di Matimba è però quella di aver sfruttato lo stare insieme, il fare gruppo, come momento per una ulteriore collaborazione: si è proceduto alla costituzione di una cassa comune in cui mensilmente ogni coppia, secondo le proprie capacità, versava una somma da destinare alla realizzazione di un progetto comune.

martedì 1 novembre 2016

Svolta del Papa sui migranti:accoglienza con prudenza e calcolo

Riportiamo qui di seguito, nella trascrizione riportata dal Corriere.it, la risposta che papa Francesco ha dato a una domanda che gli è stata posta nel consueto colloquio con i giornalisti a bordo dell'aereo papale, durante il viaggio di ritorno dalla Svezia. Forse per la prima volta,  papa Francesco affronta il problema dei migranti con un sano realismo introducendo nel dibattito in argomento alcuni elementi di sicura novità dai quali, da qui in avanti, non si potrà più prescindere: la necessaria distinzione tra rifugiati e migranti, le regole che devono presiedere all'esercizio del diritto di migrare, i rischi della mancata integrazione e, soprattutto, la prudenza con la quale i governanti devono fare il calcolo di quanti migranti possono accogliere.  Qui di seguito riportiamo la trascrizione della risposta papale che può essere ascoltata anche nel video di TV2000.
«Prima di tutto, come argentino e sudamericano, ringrazio tanto la Svezia per la sua accoglienza perché tanti argentini, cileni, uruguaiani sono stati accolti al tempo delle dittature militari. La Svezia ha una lunga tradizione di accoglienza: non solo nel ricevere ma anche nell’integrare, nel cercare subito casa, scuola, lavoro, integrare in un popolo. Mi hanno detto una statistica, che su nove milioni di abitanti 850 mila sarebbero nuovi svedesi, cioè migranti, rifugiati, o il loro figli. In secondo luogo, si deve distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con certe regole, migrare è un diritto ma un diritto molto regolato. Invece un rifugiato viene da una situazione di guerra, fame, angoscia terribile. Un rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro, e anche in questo la Svezia ha sempre dato un esempio. Fare imparare la lingua, integrare nella cultura. Non dobbiamo spaventarci per l’integrazione delle culture perché l’Europa è stata fatta con una integrazione continua delle culture, di tante culture. Cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere? Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. Ma c’è anche la prudenza dei governanti che credo debbano essere molto aperti nel riceverli ma anche fare un calcolo di come poterli sistemare. Perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di integrazione faccia quanto può, se ha di più faccia di più, ma sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte e il cuore, e alla lunga questo si paga, si paga politicamente, come anche una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Qual è il pericolo? Quando un rifugiato o un migrante non è integrato, si ghettizza, entra in un ghetto, e una cultura che non si sviluppa in un rapporto con un’altra cultura entra in conflitto, e questo è pericoloso. Credo che il consigliere più cattivo dei Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura. E il consigliere più buono la prudenza. In questi giorni ho parlato con un funzionario del governo svedese e mi diceva che hanno qualche difficoltà, perché vengono in tanti e non si fa in tempo a sistemarli, a trovare scuola, casa, lavoro, a far imparare la lingua…La prudenza deve fare questo calcolo. Io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità accoglienza non lo faccia per egoismo o perché ha perso la capacità. Se c’è qualcosa del genere è per quello che ho detto: tanti oggi guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma non c’è il tempo necessario per sistemare tutti».

venerdì 28 ottobre 2016

Rwanda 5° al mondo per parità di genere.Italia 50°

Il Rwanda si piazza al 5° posto al mondo  nella classifica  Global Gender Gap Report, stilato dal World Economic Forum, che si occupa di misurare i passi avanti fatti verso la parità di genere, prendendo  in considerazione le chance date ad entrambi i sessi negli ambiti di economia, salute, istruzione, rappresentanza politica e lavoro. 
Nella top ten di quest’anno molte conferme (Islanda prima, seguita da Finlandia, Norvegia, Svezia), con l'’Italia che si piazza al 50° posto, perdendo 9 posizioni rispetto al 2015.
Così il Report fotografa la situazione del Rwanda:  "si avvicina al superamento della soglia dell'80% nel gap e si mette alle spalle l'Irlanda, entrando tra i primi cinque per la prima volta da quando e' classifica. Ciò è dovuto principalmente ai miglioramenti nel suo punteggio nel sottoindice Partecipazione economica e opportunità, in cui il paese recupera  sei punti rispetto allo scorso anno a seguito di una migliore parità di reddito percepito stimato. Rimane il paese con la più alta quota di parlamentari donne in tutto il mondo, il 64%, e mantiene il suo rispettivo punteggio nel sottoindice  Empowerment politico, nonostante la paerdita di una posizione all'ottavo posto. In campo educativo il divario di genere permane, tanto che la posizione è solo  112 °, nonostante il miglioramento nell'iscrizione all'istruzione terziaria. Il suo gap di genere nell'indice Salute e Sopravvivenza rimane aperto, ponendolo al 94 ° posto nel mondo".

mercoledì 26 ottobre 2016

Rwanda secondo miglior paese in Africa per fare impresa

 Il World Bank Doing Business Report 2017, rilasciato oggi,  riconferma l’ottimo giudizio sul Rwanda per quanto attiene la facilità d’intraprendere per gli investitori che vogliano avviare un’impresa nel paese.Nella classifica, che si basa su  una serie di parametri: si va dalla facilità di avviare un'impresa, ai tempi di ottenimento di permessi di costruzione all’accesso all’energia elettrica, dalla registrazione dei titoli di proprietà all’accesso al credito fino alla tutela degli investitori di minoranza e alla risoluzione degli stati di insolvenza, il Rwanda si posiziona al 56° posto al mondo su 190 paesi, migliorando di sei posti rispetto alla precedente edizione, e al  2 °posto  in Africa dopo Mauritius. Le classifiche indicano anche che il Rwanda ha ridotto il divario con Mauritius da 30 posti l'anno scorso a soli sette posti. Il Botswana è al terzo posto in Africa e al 72 ° a livello mondiale, seguito dal Sud Africa che si trova al 73 ° a livello mondiale. Marocco è quinto a livello continentale e 75 ° a livello mondiale. Il Rapporto scrive che il “Rwanda è un esempio di una economia che ha utilizzato il Doing Business come una guida per migliorare il suo ambiente di business. Da Doing Business 2005 al Doing Business 2017 il Rwanda ha implementato un totale di 47 riforme in tutti gli indicatori. Il Rwanda è uno delle  sole 10 economie che hanno attuato riforme in tutti gli indicatori Doing Business e ogni anno dal Doing Business 2006.  Queste riforme sono in linea con la Vision 2020, la strategia di sviluppo del Rwanda, che mira a trasformare il Rwanda da un'economia a basso reddito ad un'economia medio-basso reddito, aumentando il reddito pro capite da $ 290 $ a $ 1240  per il 2020”.

lunedì 24 ottobre 2016

Rwanda: una smart card ai rifugiati per comprarsi direttamente il cibo giornaliero

I circa 160.000 rifugiati presenti nei campi profughi operativi in Rwanda al posto delle razioni giornaliere di cibo riceveranno il corrispettivo in denaro, accreditato su una smart card. E' il nuovo modello di assistenza introdotto dal governo rwandese, in accordo con l’agenzia per i rifugiati dell’Onu-UNHCR e l’altra organizzazione onusiana PAM-Programma alimentare mondiale. 
La distribuzione delle smart card (The New Times)
Inizialmente l’importo accreditato mensilmente sarà pari a Rwf 6.200, circa 7 euro; ricordiamo al riguardo che il salario mensile di un operaio agricolo si aggira attorno a una cifra che non supera i 1.000 Frw al giorno, mentre una raccoglitrice di the ne guadagna anche solo 500. L’esperimento è partito dai campi profughi di  Gihembe, Kigeme e Nyabiheke, che ospitano i rifugiati dalla Repubblica democratica del Congo, e presto sarà introdotto anche negli altri tre campi presenti in Rwanda, tra cui quello di Mahama che ospita i rifugiati burundesi. Complessivamente i sei campi ospitano circa 160.000 rifugiati: fin dal lontano 1996, i campi di Gihembe e Nyabiheke ospitano profughi congolesi, in gran parte di etnia banyamulenge, provenienti dalla regione del nord Kiwu da cui si sono allontanati per sfuggire ai vari momenti di guerra che si sono succeduti, nella seconda metà degli anni novanta, nella regione dei Grandi Laghi.Secondo Seraphine Mukantabana, Ministro per la Gestione dei Disastri e per gli affari dei rifugiati (Midmar), presente nei giorni scorsi alla cerimonia di distribuzione delle smart card nel campo di Nyabiheke, il provvedimento di dare direttamente il denaro per il cibo ai profughi, ma in futuro sulla carta potranno essere caricati anche i contributi di altri benefattori e i soldi necessari per la biancheria e utensili vari,    permette loro di scegliere cosa mangiare ed eventualmente di risparmiare del denaro per intraprendere qualche piccola iniziativa in proprio. "Il nostro obiettivo è quello di avere tutti i rifugiati autosufficienti, perché la dipendenza dagli aiuti degrada l'umanità", ha detto Mukantabana.  Analogamente, il rappresentante dell’UNHCR in Rwanda, Azam Seber, presente all’evento, ha ricordato ai  rifugiati  che gli aiuti dell’organizzazione saranno erogati sotto forma di  denaro e “ quando vi diamo  soldi per l'acquisto di qualcosa che avete già, è possibile scegliere di risparmiare quei soldi, mettendoli a frutto in qualche iniziativa ". L’introduzione della smart card sembra aver incontrato il favore dei rifugiati che, per bocca di un loro rappresentante, hanno sottolineato come l’iniziativa li faccia  sentire come gli altri cittadini del paese ospite.

giovedì 20 ottobre 2016

E' morto Kigeli V, l'ultimo re rwandese: viveva solo e in esilio negli USA

Kigeli V
Kigeli V, l'ultimo re del Rwanda, è morto domenica sera 16 ottobre a Washington, all'età di 80 anni. E’ morto solo, non era infatti sposato, e in esilio, dopo aver lasciato il Rwanda il 2 ottobre 1961. Nonostante a parole le autorità rwandesi si fossero dichiarate disponibili a un suo rientro, Kigeli V ritenne non ci fossero i presupposti per un tale passo che, forse, avrebbe potuto andare nel senso di una reale riconciliazione, perché come sostenuto da alcuni esponenti dell’opposizione rwandese “le sue mani non grondavano sangue”. Al riguardo si legga questo nostro post
Il governo rwandese  ha dato notizia della morte, limitandosi ad esprimere la propria tristezza per la scomparsa e  ad assicurare alla famiglia ogni possibile assistenza in  tutte le incombenze del caso. La stampa rwandese non ha dato particolare spazio all’avvenimento. Ma chi era Kigeli V? Ecco la sua storia, da un nostro post del 29 marzo 2013dal titolo Un re senza regno.

lunedì 17 ottobre 2016

Calendario Kwizera 2017:tre lustri d'impegno in Rwanda a favore del diritto a non emigrare

E' in distribuzione il calendario 2017 dell'Associazione Kwizera onlus di cui riportiamo qui di seguito la presentazione che compare sulla quarta di copertina.

2002-2017: quindici anni d’impegno in Rwanda per dare concretezza al diritto a non emigrare
Il nostro impegno in Rwanda a favore delle popolazioni locali data ormai da quindici anni, tre lustri. 
Pur rinnovandosi anno dopo anno, restiamo fedeli a quella scelta iniziale di portare l’aiuto, nella misura consentitaci dalla generosità di tanti amici e benefattori, là dove queste persone bisognose vivono: il Rwanda.
Ispiriamo questa nostra scelta al  costante magistero pontificio: quello di Benedetto XVI quando, nel  Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 2013,  scrive che “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il santo Giovanni Paolo II che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione» e di  papa Francesco, quando, nello stesso Messaggio del 2016, chiede che milioni di africani possano “vivere con dignità, anzitutto esercitando il diritto a non emigrare per contribuire allo sviluppo del loro Paese ". Soprattutto ci interpellano i vescovi africani che, in occasione di un grande incontro panafricano di giovani,  hanno esortato la loro gioventù a non lasciarsi attrarre dalle sirene di un inesistente posto di lavoro in occidente, ma ad impegnarsi  nei rispettivi paesi per il futuro del continente.
Per noi “Aiutiamoli a casa loro”, lungi dall’essere un abusato e strumentale slogan propagandistico, significa dare concretezza a questi auspici rispondendo innanzitutto a un principio di equità e secondariamente a un efficace utilizzo delle scarse risorse finanziarie disponibili.
E', infatti, equo ricordarci oltre che delle decine di migliaia di migranti economici ( che per correttezza sarebbe bene distinguere dalla minoranza degli aventi diritto alle forme di protezione internazionale) anche delle centinaia di milioni di africani che rimangono nei rispettivi paesi e lì vogliono costruirsi  un futuro dignitoso, anche se  le loro storie non entrano nei dibattiti televisivi o negli approfondimenti giornalistici.
E’ altresì corretto chiedersi quale sia il miglior utilizzo delle ingenti risorse finanziarie che vengono comunque stanziate per far fronte ai flussi migratori, tenuto conto del ben diverso valore di un euro in termini di merci e servizi acquistabili a seconda che lo stesso sia speso  da noi, piuttosto che in Africa.
Dal 2002 ad oggi, anno dopo anno, abbiamo visto quali cambiamenti possano intervenire in un paese  in cui gli aiuti ricevuti da istituzioni e privati vengano messi a frutto, con una gestione corretta.
Nel tempo, a fatica e pur  fra mille contraddizioni, in cui il percorso nella conquista  delle libertà civili è ancora lungo e accidentato e il solco che divide il livello di vita  tra città e campagne  rischia di accentuarsi,  si stanno purtuttavia creando  in Rwanda le condizioni perché il diritto a rimanere non sia un vuoto slogan, ma una reale alternativa, e la tentazione di migrare non faccia breccia nei giovani rwandesi che, in effetti, non sono tra i migranti che sbarcano dai barconi.
Continueremo quindi, anche in questo nuovo anno, nella nostra missione in Rwanda, grazie soprattutto alla concreta vicinanza di tutti voi.


domenica 16 ottobre 2016

Kigali tiene a battesimo l’accordo sul controllo dei gas serra

Circa 150 Paesi hanno concordato di limitare l'uso degli idrofluorocarburi (HFC), potentissimi gas serra utilizzati nei freezer e nei condizionatori d'aria, nella lotta al surriscaldamento del pianeta. L'accordo, raggiunto sabato mattina a Kigali (Rwanda) scrive la Bbc online, impegna i paesi industrializzati a ridurre l'uso degli HFC prima dei Paesi in via di sviluppo. L'accordo rappresenta il primo test della volontà globale di combattere il surriscaldamento del pianeta dallo storico Accordo di Parigi per ridurre le emissioni di carbonio raggiunto l'anno scorso. Secondo l'intesa, alla quale si e' arrivati dopo negoziati durati tutta la notte, verrà posto un tetto alle emissioni di gas HFC, che verranno ridotte gradualmente a partire dal 2019 dai Paesi industrializzati, inclusi gli Stati Uniti. Oltre 100 paesi in via di sviluppo, inclusa la Cina, seguiranno entro il 2024. Un piccolo gruppo di Paesi, inclusa l'India e il Pakistan, hanno sostenuto che le loro economie hanno bisogno di più tempo per crescere e cominceranno a muoversi invece nel 2028. Le organizzazioni mondiali per la difesa dell'ambiente avevano sperato che l'accordo avrebbe potuto ridurre il surriscaldamento globale di mezzo grado entro la fine di questo secolo, mentre secondo il presidente dell'Istituto per la governance e lo sviluppo sostenibile, Dur wood Zaelke, questo obiettivo verrà centrato solo al 90%. In ogni caso, si tratterà della "più grande riduzione di temperatura mai raggiunta da un singolo accordo". L'accordo, ha detto David Doniger del Consiglio per la difesa delle risorse naturali, "equivale a fermare le emissioni di CO2 di tutto il mondo per oltre due anni"( fonte Ansa).

mercoledì 12 ottobre 2016

Opportunità di crescita per le bambine e le ragazze: Rwanda 49° al mondo

In occasione della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze che si è tenuta ieri, l’Ong Save the Children ha reso noto il  rapporto “Every Last Girl: Freeto live, free to learn, free from harm” e stillato la classifica dei Paesi del mondo dove è più facile essere bambine e  ragazze e dove si hanno maggiori opportunità di crescita e di sviluppo. Il rapporto prende in considerazione 144 Paesi al mondo e ne stila la classifica basata su cinque parametri - matrimoni precoci, numero di bambini per madri adolescenti, mortalità materna, completamento della scuola secondaria di primo grado e numero di donne in Parlamento. Sulla base di questi parametri  il Niger è il posto peggiore al mondo dove essere una bambina o una ragazza; in coda alla classifica, prima del Niger, troviamo altri Paesi africani quali Ciad, Repubblica Centrafricana, Mali e Somalia, che si caratterizzano per numeri molto alti di spose bambine, preceduti da quasi tutti gli altri paesi africani. Si salva il solo Rwanda che secondo il rapporto, “ ha la più alta percentuale di donne parlamentari nel mondo e sta anche facendo relativamente bene nel prevenire i matrimoni precoci e le gravidanze adolescenziali rispetto ad altri paesi a basso reddito. Collocandosi così 49° posto nell'indice, rispetto ai suoi vicini Burundi e Tanzania rispettivamente a 107 e 118”. Il Rapporto ricorda altresì come nella  parità di genere fra i parlamentari, indipendentemente dalle dimensioni della loro economia, il Rwanda è in cima alla tabella con il 64% di parlamentari donne, seguita da Bolivia e Cuba. Al contrario, solo il 19% dei membri del Congresso degli Stati Uniti sono donne, e solo il 29% dei membri del Parlamento del Regno Unito. Ricordiamo che la testa della classifica generale è occupata dalla Svezia, seguita dagli  altri due Paesi scandinavi, Finlandia e Norvegia,  mentre l’Italia si piazza in decima posizione, davanti a Spagna e Germania.

martedì 11 ottobre 2016

Reazioni alla risoluzione UE e alla riapertura delle indagini francesi sul 6 aprile 1994

Il Parlamento rwandese, nella seduta di ieri  10 ottobre, ha preso in esame  la risoluzione del  Parlamento UE, di cui abbiamo riferito in un precedente post, respingendola  in toto e sollecitando lo stesso  Parlamento europeo a ritirarla in quanto basata su false ricostruzioni dei fatti, oltretutto acquisiti  in occasione  di una visita di parlamentari europei in Rwanda avente ben diverso scopo.La  risoluzione, di cui allo stato non si conosce il testo definitivo,  essendo disponibile solo uno stringato comunicato sul sito del parlamento,  sarà presentata al Consiglio dell'UE, alla Commissione europea, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, al Segretario generale dell'ONU, alle istituzioni dell'Unione africana, della Comunità dell'Africa orientale, l'ACP-UE Assemblea parlamentare paritetica , ai parlamenti degli Stati membri dell'Unione europea e per esortarli a non prendere in considerazione una tale risoluzione in quanto infondata, in contrasto con i fatti e basata esclusivamente su ragioni politiche.
Nel frattempo si preannunciano  nuove nuvole nei rapporti con la Francia, dopo che la magistratura francese ha deciso di riaprire l'indagine sull'abbattimento dell'aereo che ha  provocato la morte dell'ex presidente Juvénal Habyarimana e del suo omologo burundese il 6 aprile 1994, fatto scatenante la tragedia rwandese.
Secondo i media, la riapertura del caso, dopo che tutto sembrava concluso,  si baserebbe sulla necessità di raccogliere la testimonianza fornita dall'ex capo di stato maggiore dell'esercito rwandese, gen.  Kayumba Nyamwasa, già alto esponente del FPR  attualmente in esilio in Sud Africa dove è stato oggetto anche di un paio di attentati,  che ha sempre sostenuto in diverse dichiarazioni, non aventi però valenza testimoniale, la responsabilità di Kagame nell'organizzazione dell'attentato. Lo stesso presidente rwandese ha reagito con forza respingendo le accuse e dichiarando che "dovrebbe essere la Francia ad  essere processata per genocidio, non certo il Rwanda."

venerdì 7 ottobre 2016

Il Parlamento Europeo a favore di V. Ingabire e del rispetto dei diritti umani in Rwanda

Il Parlamento europeo ha approvato nella sessione plenaria di ieri una risoluzione  sul Rwanda, e sul caso Ingabire in particolare, in cui si esprime profonda preoccupazione per lo stato dei diritti civili nel paese e, come riferisce un comunicato del Parlamento,  per il rifiuto della Corte suprema rwandese di accogliere l'appello e la conseguente condanna di Victoire Ingabire a 15 anni di reclusione e per il peggioramento delle condizioni della sua detenzione. In data 30 ottobre 2012, la signora Ingabire, Presidente delle forze democratiche unificate (UDF), è stata accusata di cospirazione per danneggiare le autorità con atti di errorismo e di minimizzare il genocidio del 1994.Le autorità del Rwanda dovrebbero garantire che processo di appello di Victoire Ingabire sia giusto, dice il testo. I deputati condannano ogni atto di intimidazione, arresto, detenzione dei leader, iscritti e militanti del partito di opposizione, così come dei giornalisti e delle altre persone percepite come  critici del governo rwandese, solo per aver espresso le proprie opinioni.Riconoscendo che il Rwanda è uno dei pochi paesi africani che giocano un ruolo di primo piano nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, i deputati sollecitano il governo ad estendere questi risultati economici e sociali al campo dei diritti umani, al fine di completare la transizione verso una democrazia moderna e inclusiva.
Di seguito sono riportate le conclusioni della risoluzione, consultabile cliccando qui.

giovedì 6 ottobre 2016

Il nuovo libro del cardinale africano Robert Sarah

E’ uscito in questi giorni il nuovo libro del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il Culto Divino: "La force du silence", La forza del silenzio, curato come il precedente, Dieu ou rien", Dio o niente: 335 mila copie vendute in tredici lingue, dal giornalista Nicolas Diat. Attendiamo di poter disporre dell'edizione italiana che presto uscirà per i tipi di Cantagalli. Nel frattempo, proponiamo ai nostri lettori qualche stralcio del libro disponibile in rete.
Ricordiamo che una delle ultime uscite pubbliche del card. Sarah è stata in terra rwandese, in occasione della sua partecipazione, a metà settembre a Kigali, all'incontro promosso dalla Commissione Episcopale per la Famiglia sul tema "La famiglia in Africa e le sfide della modernità". In quella sede il cardinale  invitato i partecipanti ad approfondire "tutte le sfide, tutta la strategia globale che tendono a distruggere il rapporto tra uomo e donna, di travisare la relazione sessuale, per distruggere la famiglia ". Ha anche sollecitato un ritorno all'insegnamento di Dio, alla catechesi di Giovanni Paolo II e della rivelazione, come armi che possono consentire di affrontare il "mondo di oggi che è anti-Cristo, anti-Chiesa e anti-Dio". L'Africa deve attenersi alla sua concezione di una famiglia e difenderla."Vogliate proteggere la concezione divina della famiglia, nonostante l'emergenza distruttrice dell'Occidente" ha insistito. Per lui, l'Africa ha una grande ricchezza "la nostra famiglia", che è importante, centrale e preziosa.  "Una strategia strutturata in tutto il mondo tende ad opporre la donna all'uomo, liberandola della maternità, mentre la maternità è l'elemento più appagante delle donne. Esso si realizza pienamente quando in generosità, dà la vita ", ha sottolineato il cardinale. Eppure, "la Famiglia, ha aggiunto, deve essere rispettata nella sua originalità. Precede le strutture statuali e la politica ". Il cardinale Sarah ha poi chiesto ai partecipanti di non lasciare sparire "la catechesi di Giovanni Paolo II sul corpo umano, l'amore e la famiglia." Per questo la catechesi è in grado di aiutarci "per far fronte a questa strategia contro la donna e il rapporto di coppia." E' chiaro che distruggendo la famiglia si ha lo scopo di "distruggere Dio e la Chiesa". 

 Ecco alcuni passaggi del nuovo libro; ne segnaliamo uno particolarmente curioso, provenendo da un  cardinale africano:"in certe regioni dell'Africa deploro le processioni di offerta, lunghe e rumorose, fatte di danze interminabili....." che forse creerà qualche disorientamento presso i nostri amici rwandesi, ma che, vista la fonte, dovrebbe semmai  suggerire qualche riflessione.

domenica 2 ottobre 2016

Vigilare sul buon uso degli aiuti all'Africa sarebbe possibile

L’ottima aOurtroppoa Anna Bono, in successivi articoli sul sito on line La Nuova Bussola Quotidiana, ha richiamato l’attenzione dei lettori sul fondato rischio che gli aiuti che i paesi sostenitori indirizzano verso i paesi africani finiscano per la gran parte nelle tasche dei numerosi  governanti corrotti, spesso pure incapaci, che allignano nel continente africano.Pur con qualche lodevole eccezione, purtroppo la realtà non si discosta di molto dal fosco scenario prospettato. Non possiamo però rassegnarci a questo triste destino come paventato dalla Bono, pur convinti che la stessa studiosa auspichi qualche modo per superare questa sorta d'impasse, per due ordini di ragioni.
La prima: se togliamo ai paesi africani la possibilità di contare sugli aiuti esteri, li priviamo dell’unica vera e reale occasione di crescita delle loro economia  e dello sviluppo delle rispettive società che ne potrebbe conseguire, lasciando come unica alternativa quella di incentivare le migrazioni verso l’Europa alla ricerca di nuove prospettive di vita. A quel punto il problema graverebbe in toto sull’Europa, cui spetterebbe dare risposte al fenomeno migratorio, senza peraltro poter contare sulla leva dell’aiutiamoli a casa loro, intesa nella migliore delle sue accezioni, che, allo stato, rimane l’unica reale alternativa all’accoglienza incondizionata con tutte le ricadute da tutti conosciute.

lunedì 26 settembre 2016

Tragedia nella comunità batwa di Kibali: il nostro amico Raphael ucciso dalla moglie

L'ultima foto di Raphael ( febbraio 2016)
Il messaggio di don Paolo Gahutu, arrivato ieri pomeriggio su WhatsApp, recitava “il tuo amico Rafaella di Kibali è stato ucciso dalla sua moglie sta notte”. C’era anche una fotografia piuttosto confusa e un indirizzo web. C’è voluto un momento per dare un volto a quell’impreciso “Raffaella”.  Però dopo un attimo, folgorante, è arrivata la giusta interpretazione: Raphael, il simpatico esponente della comunità batwa di Kibali, che negli anni era diventata una specie di mascotte per i volontari dell’Ass. Kwizera e protagonista di decine di foto, era morto, ucciso dalla moglie. A quel punto anche la foto che accompagnava il messaggio diventava più leggibile: era il cadavere di Raphael con la testa riportante evidenti tracce di sangue. Dalle frammentarie notizie che abbiamo, sembra che Raphael sia stato ucciso nel sonno dalla moglie a colpi di pietra, per non avere portato a casa il necessario per la famiglia dal suo consueto giro in città. All'esito di questa tragedia dell'emarginazione sopravvivono due figli, una bimba di quattro anni e un bimbo di sei, di cui qualcuno dovrà farsi carico.In questo senso, l'Associazione Kwizera potrebbe intervenire attraverso il programma adozioni. 
Ricordiamo Raphael con i post che in passato gli abbiamo dedicato.

sabato 24 settembre 2016

Carcere per 12 clandestini rwandesi in Tanzania

Sorprende la notizia, riportata dall’agenzia di stampa rwandese RNA, secondo cui le autorità tanzaniane hanno condannato a un anno di prigione  dodici immigrati clandestini provenienti dal Rwanda, con l'accusa di "soggiorno illegale".
I dodici ruandesi, di cui vengono riportatti i nomi,  sono stati condannati alla pena detentiva dal giudice  Joseph Luambano del tribunale distrettuale di Ngara, una zona di confine con il  Rwanda e il Burundi, dopo che non erano stati in grado di pagare una multa di 500.000 scellini (la valuta tanzaniana) pari a 230 dollari USA, per essere entrati illegalmente in territorio tanzaniano in data 14 settembre 2016.
Una notizia del genere, se non riguardasse il destino di 12 persone, si presterebbe a facili strumentalizzazioni a fronte delle quotidiane cronache di sbarchi di migliaia di persone sulle nostre coste. Un dato risulta comunque evidente: il diverso approccio, rispetto al nostro,  con cui certi paesi africani affrontano il fenomeno migratorio quando coinvolti direttamente.

sabato 17 settembre 2016

Il governo si affida alle organizzazioni della società civile per l'assistenza sociale

Il governo rwandese ha deciso di affidare alle organizzazioni non governative (ONG) e alle organizzazioni religiose (RBOS) la gestione del 10 per cento del  finanziamento destinato annualmente ai  servizi di protezione sociale per i poveri.Al fine di massimizzarne l'impatto, per ogni esercizio finanziario, a partire dai prossimi sei mesi del progetto pilota del programma, il governo spenderà Rwfb 7 miliardi, pari a circa 7,8 milioni di euro (il 10 per cento del suo bilancio annuale per i programmi di protezione sociale) per aiutare i rwandesi vulnerabili, indigenti anziani e le persone affette da disabilità, affidandone la gestione operativa alle organizzazioni della società civile (OSC ).Il programma  prevede che le stesse siano coinvolte nel processo di selezione dei beneficiari dei servizi pubblici di protezione sociale, compresi il programma Girinka ( una mucca per famiglia), il programma VUP, attraverso il quale ai poveri vengono assegnati sostegni in denaro o attraverso lavoro retribuito e il programma Ubudehe attraverso il quale vengono sostenuti in particolare le famiglie e bambini bisognosi, i bambini di strada e malnutriti, e viene combattuto il fenomeno dell’abbandono scolastico. Il progetto pilota interesserà sette distretti e i programma Girinka e VUP.
Con questo passo il governo riconosce il ruolo sociale di Ong e organizzazioni religiose, un primo significativo passo verso la crescita di una società civile il cui affermarsi non potrà che favorire l’innesto nella governance del paese di significativi elementi di partecipazione democratica.

giovedì 15 settembre 2016

Il cardinale nigeriano Onaiyekan: «Emigrare non è una soluzione»

 "Emigrare non è una soluzione ai problemi della Nigeria e dell’Africa. Servono invece politiche che favoriscano lo sviluppo economico e offrano opportunità in loco ai giovani." Ad affermarlo, come riferisce la rivista Africa dei Padri Bianchi,è il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, parlando alla Conferenza sulla tratta degli esseri umani, organizzata da Caritas Internationalis e dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, tenutasi ieri nella capitale federale nigeriana.
«Il traffico di esseri umani – ha detto il prelato – è destinato ad aumentare il numero di persone frustrate che non possono sbarcare il lunario. Lo sapete, il tempo di finire gli studi all’università e iniziate a vagare per le strade per tre, quattro, cinque e sei anni, senza lavoro, e si arriva a 30 o 31 anni senza futuro, ed è molto difficile starsene tranquilli». Il cardinale, secondo quanto riportato dall’Agenzia Fides, ha poi lanciato un appello al Governo nigeriano affinché si impegni con provvedimenti efficaci e coordinati a rilanciare l’economia del Paese. Solo in questo modo è possibile creare posti di lavoro per i giovani ed evitare che questi lascino il Paese affidandosi ai trafficanti di esseri umani.
«Le autorità nigeriane stanno invitando i giovani a cercare altre possibilità per vivere. Chiedono loro di tornare a coltivare la terra. La ricetta non è sbagliata, ma il governo deve fare di più per offrire la possibilità ai giovani di coltivare o trovare altre occupazioni. Bisogna evitare che i ragazzi si siedano, non facciano nulla, rimanendo frustrati».
Spesso ai giovani non rimane altra alternativa che emigrare. «Ma l’emigrazione verso una destinazione sconosciuta non è la vera risposta – ha affermato ancora il cardinale -. La gente dice che in Europa o nel Nord America la situazione sarà sempre meglio che in patria. Non è vero. La situazione a cui vanno incontro all’estero può essere peggiore di quella che stanno affrontando qui… Almeno qui, non c’è l’inverno, puoi sempre dormire sotto un ponte. Non puoi invece dormire sotto un ponte là. Morirai di freddo».
E' questo solo l'ultimo degli appelli, che spesso non hanno trovato spazio nei media cattolici italiani, dei vescovi africani sul grave fenomeno migratorio.

venerdì 9 settembre 2016

Rwanda e Kenya firmano accordo commerciale con l'Unione Europea

Il 1 settembre a Bruxelles, Rwanda e Kenya hanno firmato un Accordo di partenariato economico, cosiddetti Ape/Epa, che dovrebbero permettere ai due paesi di esportare i propri prodotti in Europa senza l’applicazione di imposte. 
Tali accordi avrebbero dovuto essere approvati il 18 luglio scorso dall’intera Comunità dell’Africa orientale (Eac) di cui i due paesi fanno parte, ma la firma era stata sospesa in seguito alla richiesta della Tanzania di avere più tempo per valutare le conseguenze dell’uscita dall’Ue della Gran Bretagna. L’Uganda aveva fin da subito espresso la volontà di adottare una posizione comune, preferendo rimandare la firma degli accordi piuttosto che compromettere il processo di integrazione regionale tra i paesi dell’Africa orientale. L’argomento è stato trattato ieri al vertice dell’EAC che si è tenuto a Dar es Salaam, Tanzania, in cui gli altri capi di stato, che ancora non hanno firmato l’accorodo, hanno richiesto altri tre mesi  per approfondire  alcune delle questioni controverse tra alcuni Stati partner prima di considerare la firma dell'accordo.  L'accordo tra EAC e UE, oggetto di negoziato dal 2007 e  autorizzato dal Consiglio europeo nel luglio scorso,  punta a garantire una maggiore integrazione regionale e lo sviluppo economico dei paesi firmatari e conferma l’esenzione totale ai prodotti importati nei mercati della Ue sulla base del principio di apertura asimmetrica.L’accordo contiene anche clausole di salvaguardia tali da consentire ai paesi africani di alzare i dazi su quelle importazioni dall’Ue che aumentino in misura tale da mettere a rischio la sopravvivenza dell’industria locale.

sabato 3 settembre 2016

Aiutiamoli a casa loro: i consigli dell'ex nunzio presso l'ONU a Ginevra

Qui di seguito riportiamo un passaggio di un’interessante intervista apparsa sul sito cattolico on line La nuova Bussola quotidiana a Monsignor Silvano Tomasi, fino a pochi mesi fa nunzio apostolico presso le Nazioni Unite a Ginevra,  missionario scalabriniano che ha dedicato tutta la vita sacerdotale ai migranti e al tema delle migrazioni.
 Si dice “aiutiamoli a casa loro”, ma anche questo slogan è oggetto di feroci discussioni….
Dire che dobbiamo aiutare i potenziali migranti e i richiedenti asilo a casa loro è certamente una espressione ambigua. Perché da una parte vuol dire che non vogliamo prendercene cura adesso dove arrivano; ma dall’altra c’è un aspetto molto reale e molto vero, perché il problema si risolve alla radice, da dove partono queste persone. Allora però bisogna essere ben coscienti di tutto ciò che implica questa affermazione: non può essere una frase retorica e una scusa per lavarsi le mani davanti alle necessità attuali, ma è un impegno serio a lungo termine per cambiare la realtà politica sociale di questi paesi, un impegno paziente e duraturo.
Che si concretizza in cosa?
La responsabilità internazionale è anzitutto quella di prevenire guerre e violenze che forzano centinaia di migliaia di persone a cercare rifugio altrove. Aiutarli a casa loro significa anche essere giusti nello sviluppare il commercio, nel garantire l’accesso ai mercati, dare insomma una possibilità di sviluppo e di partecipazione all’economia internazionale in maniera proporzionata alle loro capacità. E poi aiutarli a casa loro implica anche avere la preveggenza di facilitare in maniera giusta e proporzionata l’accesso alle nuove tecnologie, alle nuove medicine in modo che la popolazione sia sana, possa lavorare, e abbia quelle conoscenze che facilitano lo sviluppo in maniera adeguata ai loro bisogni.
Quando si parla di immigrati si parla sempre di accoglienza, dei nostri obblighi qui in Italia, poco o nulla si dice sui paesi di provenienza. Eppure il primo diritto umano violato è quello di poter risiedere e crescere nel proprio paese.
È vero, il primo diritto è a non dovere migrare…
...Peraltro queste partenze sono anche un impoverimento per i paesi di origine. Lei è stato per molti anni nunzio apostolico in una zona da cui tanti fuggono, ne è testimone.
Le persone che partono, che lasciano il loro paese in cerca di fortuna, come si diceva una volta, in genere sono giovani, meglio preparati della media dei loro coetanei che rimangono nel paese. Quindi sono forze vive da usare per sviluppare la loro realtà locale. D’altra parte queste persone non trovano le condizioni per realizzare le loro aspirazioni e mettere a profitto le loro conoscenze. E ciò spinge a quella che in termine tecnico possiamo chiamare “fuga di cervelli”,  ma anche a livello normale è una perdita di popolazione sana e fattiva, una risorsa per il paese da dove partono.
 
 L’intera intervista si può leggere cliccando qui. 

lunedì 29 agosto 2016

La sfida dell'autosufficienza alimentare: dal villaggio batwa al continente

In questi giorni sta ripartendo il progetto agricolo presso la comunita'  batwa di Kibali.Dopo la favorevole esperienza che a partire dal 2011 aveva visto l'avvio di lavori agricoli presso la comunità batwa di Kibali e la successiva fase di grave involuzione che aveva frenato il processo d'integrazione delle famiglie che vivono in quella comunità, si tenta faticosamente di rimettere in piedi un progetto che a regime vedrebbe, di nuovo, la messa a cultura dei terreni disponibili, circa otto ettari di terreno terrazzato.Sotto la guida dei tecnici della Caritas di Byumba, un ettaro di terreno verrà messo a coltura con la semina di patate.L'esito del progetto è tutt'altro che scontato; troppo spesso,infatti, il fallimento e' dietro l' angolo quando si ha a che fare con i batwa.
A Kibali, l'incapacità di sfruttare gli otto ettari di terreno disponibile balza immediatamente all'occhio, suscitando le critiche più aspre anche da parte degli amici rwandesi, in cui serpeggia spesso un pregiudizio negativo sui batwa.
Eppure, quegli otto ettari di terreno agricolo di Kigali, rimasti incolti, sembrano quasi una  replica in  sedicesimo di quello che succede nel continente africano. 
Ce lo ricorda  Kanayo F. Nwanze, presidente dell'IFAD- Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) in occasione della sesta Conferenza Internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano (TICAD), che si tiene in questi giorni a Nairobi, in Kenya.
Nonostante oltre l'80 per cento della popolazione africana sia dedita all’agricoltura,  il continente genera solo il 10 per cento della produzione agricola mondiale, mentre pur avendo un quarto delle terre coltivabili del mondo,  l'Africa spende ancora m 35 miliardi di dollari l'anno per l'importazione di prodotti alimentari.
"Se anche solo una parte del denaro utilizzato per le importazioni alimentari fosse stato speso per la creazione di posti di lavoro nelle zone rurali, non solola più grande  popolazione giovanile al mondo potrebbe aspirare a un futuro sostenibile sul continente, ma l'Africa sarebbe in grado di nutrire se stessa", ha detto Kanayo F. Nwanze.
Anche se l'Africa è la regione economica con il secondo più veloce indice di crescita al mondo, più di 300 milioni di africani vivono al di sotto della soglia di povertà e di questi la maggior parte vive nelle zone rurali e dipende dall'agricoltura per il proprio sostentamento. I tassi di disoccupazione sono quasi il 40 per cento.
Non tanto diversa è la situazione del Rwanda costretto, secondo il Ministro di Stato per l'Agricoltura, Tony Nsanganir, a spendere circa $ 200 milioni in importazioni alimentari ogni anno: si tratta di zucchero, cereali e riso, nonché prodotti alimentari trasformati , in assenza di industrie rwandesi in grado di trattare i prodotti agricoli.Per il solo comparto dei cereali, il rapporto sulla sicurezza alimentare e la vulnerabilità per il 2015, rilasciato dal ministero, indica che il commercio formale di cereali ha mostrato un saldo commerciale "negativo" sia nel  2013 che nel 2014, quando si è evidenziato un deficit di 268.000 tonnellate , a fronte di una produzione totale di cereali in Rwanda  di circa 583.000 tonnellate.