"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

venerdì 30 ottobre 2015

Riforma costituzionale:Kagame al potere fino al 2034?

La riforma della costituzione rwandese marcia spedita verso la sua approvazione. Ieri ha raccolto l’approvazione unanime della Camera. Ma il testo licenziato riserva qualche sorpresa. Finora si  era parlato di una revisione costituzionale che, abolendo il vincolo dei due mandati, consentisse al presidente Kagame di concorrere per un terzo mandato. I deputati si sono però superati. Hanno infatti modificato l’articolo 101, prevedendo due mandati da cinque anni cadauno, ma hanno anche riscritto, in maniera sartoriale sulla taglia del presidente in carica, l’articolo 172 che, come spiegato   dal presidente della Camera dei Deputati Donatille Mukabalisa ( il testo approvato non è stato reso pubblico), consente a qualsiasi rwandese, Kagame compreso, di concorrere nel 2017 a un  mandato transitorio di sette anni e successivamente  a correre per due mandati di cinque anni previsti dalla nuova costituzione. Per essere adottato definitivamente, il nuovo testo deve ora passare all'esame del Senato e quindi essere sottoposta a referendum. All’entrata in vigore della nuova costituzione si  creeranno i presupposti perché Paul Kagame  invece di un ulteriore mandato, contro cui peraltro ci sono state diverse prese di posizione a livello internazionale, tra cui Usa e UE,   si troverebbe nelle condizioni di poter aggiungere ulteriori due mandati di cinque anni ciascuno, rimanendo al potere fino al 2034.

Nasce (fra qualche perplessità) la seconda banca rwandese

Il gruppo finanziario internazionale Atlas Mara ha annunciato ieri d’aver perfezionato gli accordi per  l’acquisizione di una quota di maggioranza della Banque Populaire du Rwanda. Secondo un comunicato dell'acquirente, "una volta che questo passaggio sarà completato, Mara Atlas intende fondere BPR e BRD Commercial Bank, la banca rwandese acquisita da Atlas nel 2014. pervenendo a detenere il 62% della nuova entità. Il residuo del capitale sarà detenuto da Rabobank, attuale azionista al 35% di BPR, e da altri attuali azionisti di BPR.  A operazione conclusa, dopo le autorizzazione delle autorità di vigilanza bancaria locali,  la nuova banca, che conserverebbe il nome di Banque Populaire, sarebbe il secondo operatore bancario del paese, dietro la Banca di Kigali, con un totale attivo di $ 246.000.000 al 30 giugno 2015. Per valutare la bontà dell’operazione merita spendere due parole sul protagonista dell’operazione, il gruppo Atlas Mara. Il gruppo  è stato fondato a Londra nel 2013  dal chiacchierato ex amministratore delegato della britannica Barclays, Bob Diamond, uscito di scena forzata dopo lo scandalo Libor, e dall’imprenditore di origini ugandesi, Ashish Thakkar, con l'ambizione di costruire un gruppo bancario panafricano. La holding, con una dotazione di 625 milioni di dollari raccolti fra investitori istituzionali e fondi,  da allora ha preso il controllo del gruppo BancABC Botswana, detiene una quota di minoranza in Union Bank of Nigeria e partecipazioni in Tanzania e Mozambico e, proprio ieri, ha perfezionato  l’acquisizione del controllo totale del capitale di Finance Bank Zambia, il sesto istituto bancario del paese. La gestione del gruppo ha sollevato qualche perplessità nella stampa finanziaria mondiale, si veda al riguardo questo articolo de The Wall Street Journal. Non convince del tutto anche la natura meramente finanziaria della capogruppo, il cui intervento si colloca a un livello  ben diverso da quello che potrebbe fornire, anche in termini di know how, un partner bancario storicamente consolidato. Al riguardo, sarà interessante guardare anche alle future mosse della Rabo Bank, socio di minoranza della nuova BPR, per capire come e per quanto rimarrà nell’azionariato della nuova banca a fianco dell'ingombrante socio di maggioranza. 

mercoledì 28 ottobre 2015

Rwanda: secondo al mondo per la facilità di accesso al credito

Il Rwanda  è il secondo paese al mondo per facilità di accesso al credito, secondo solo alla Nuova Zelanda e a pari merito con USA e Colombia.E’ questo uno dei dati che emerge dal rapporto Doing Business, rilasciato ieri Banca Mondiale.Doing Business, arrivato quest’anno alla sua 13° edizione, fornisce un giudizio sui diversi paesi sulla base di una serie di parametri che entrano in gioco nel momento in cui un imprenditore intende avviare una nuova impresa. Sono presi in esame dieci parametri: si va dalla facilità di avviare un'impresa, ai tempi di ottenimento di permessi di costruzione all’accesso all’energia elettrica, dalla registrazione dei titoli di proprietà all’accesso al credito fino alla tutela degli investitori di minoranza e alla risoluzione degli stati di insolvenza. In questa classifica che vede, anche per il 2016, al primo posto Singapore, il Rwanda si posiziona al 62° posto (in arretramento di sei posizioni rispetto al 2015 quando era 55° secondo un aggiustamento dei parametri utilizzati ex 46° posto). L’Italia è al 45° posto. Il confronto tra Rwanda e Italia è per noi penalizzante nell'accesso al credito 2° posto contro 97°, nella facilità di ottenere un permesso di costruzione (37° posto contro 86°) o nel carico fiscale complessivo (48° contro 131° posto).
Paese
Facilità di fare affari

Avviare un'impresa
Permessi per costruire
Allaccio rete elettrica

Registro proprietà
Accesso al credito
Tutela degli investitori
Fisco
Commercio con l'estero
Efficacia
dei contratti
Gestione fallimenti
Rwanda
62
111 (117)
37 (36)
118 (115)
12 (12)
2
(4)
88 (121)
48 (47)
156 (77)
127 (123)
72 (97)
IItalia
45
50
86
59
24
97
36
137
1
111
23

 Nell’ultimo anno il Rwanda nel suo complesso non evidenzia particolari scostamenti rispetto al dato dell’anno precedente riportato tra parentesi. Da sottolineare il prestigioso secondo posto per l’accesso al credito. Il Rwanda e' il secondo miglior paese dell’Africa sub sahariana dopo Mauritius e davanti al Botswana e al  Sud Africa.


sabato 24 ottobre 2015

Appello del Partito socialista francese a favore di Victoire Ingabire

Non è un momento particolarmente felice per i rapporti franco-rwandesi. Dopo il non luogo a procedere della giustizia francese contro il sacerdote Wenceslas Munyeshyaka, accusato di aver partecipato ad atti genocidari, che ha destato reazioni estremamente critiche a Kigali, ecco un nuovo gesto poco amichevole. Questa volta si tratta di un comunicato del Partito socialista francese, il partito del presidente Hollande, a favore  di Victoire Ingabire, l'oppositrice rwandese condannata a 15  anni di prigione con l'accusa di cospirazione. Secondo i socialisti francesi Victoire Ingabire Umuhoza, presidente del partito Forces démocratiques unifiées (FDU-Inkingi), "deve poter partecipare liberamente alla vita democratica del suo paese". Per questo il Partito socialista s'associa alle domande per la sua  liberazione, esprimendo "la propria solidarietà alla sua famiglia, al suo partito e a tutte le forze democratiche e pacifiste che vogliono instaurare una pace durevole in Rwanda e operare all'instaurazione delle libertà fondamentali per tutti i Rwandesi".  E già che c'erano, i socialisti francesi fanno sapere di essere preoccupati per la "tentazione del potere rwandese di rimettere in discussione l'assetto costituzionale e il limite fissato ai mandati presidenziali", per questo fanno appello alle autorità perchè rinuncino a loro progetto di revisione costituzionale.Una vera e propria entrata a gamba tesa, peraltro in linea con una recente analoga  presa di posizione del sottosegretario USA, Sarah Sewall, che le autorità rwandesi hanno prontamente rimandato al mittente.

venerdì 23 ottobre 2015

Ecco come si estrae il coltan

Proponiamo qui di seguito il filmato che fa parte di un servizio di Nick Fagge per MailOnline che documenta le fasi di lavorazione nella miniera a cielo aperto di  Luwow, nel Kivu ai confini con il Rwanda, un tempo  controllata da una milizia ribelle,   ora gestita da una cooperativa di lavoratori, la Cooperamma. Il minerale estratto viene portato a Goma per essere poi esportato  corredato dalla certificazione che non proviene da zone di conflitto, così come richiesto dalla normativa internazionale. Il reportage, corredato anche da splendide fotografie è consultabile cliccando qui
Per saperne di più su questo importante minerale leggi tutti i nostri post in materia, cliccando qui.

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martedì 20 ottobre 2015

Dio o niente.L'anima africana della fede

“Ho letto Dio o niente con grande profitto spirituale, gioia e gratitudine. La sua testimonianza della Chiesa in Africa, della sua sofferenza durante il tempo del marxismo e di una vita spirituale dinamica, ha una grande importanza per la Chiesa, che è un po' spiritualmente stanca in occidente. Tutto ciò che Lei ha scritto per quanto riguarda la centralità di Dio, la celebrazione della liturgia, la vita morale dei cristiani è particolarmente rilevante e profondo.". In questo passaggio della lettera che il papa emerito BenedettoXVI ha inviato al card.Robert Sarah è riassunto  il libro-intervista  "Dio o niente. Conversazione sulla fede” , frutto del lavoro del giornalista francese Nicola Diat  pubblicato da Cantagalli, Siena 2015, pp. 373, euro 22,00. Al di là del marketing editoriale,  che lo ha lanciato con grande successo in Francia e poi da noi in Italia,  estrapolando alcuni riferimenti specifici e forti al dibattito sinodale, il libro non è tanto la storia  di un figlio dell’Africa, che partendo da un piccolo villaggio della Guinea, Ourous, è oggi cardinale a Roma, quanto l’autobiografia spirituale di un uomo fortemente attratto da Cristo. In quest’ottica va letta  la storia del figlio unico di una famiglia di contadini  che matura la propria vocazione a contatto con l'intensa spiritualità dei missionari spiritani, presenti nel villaggio, e che perviene al sacerdozio, a ventiquattro anni, nel 1969 in un contesto sociale e politico estremamente difficile come quello che si trovava a vivere la Guinea sotto la dittatura marxista di Sékou Touré. In epoca di infatuazioni per certe declinazioni politiche della religione, il giovane prete non si lascia attrarre dalle lusinghe del potere e non nasconde la propria opposizione verso il regime marxista. Pur sapendo di fare un gesto non gradito al regime, Paolo VI decide, nell’aprile 1978, di chiamare  don Sarah all’episcopato; la sua consacrazione a vescovo avverrà però solo nel dicembre del 1979, per le resistenze del presidente Sékou Touré. Sarà il vescovo più giovane del mondo.Da vescovo della capitale Conakry, i rapporti con il potere politico si faranno sempre più difficili e solo la morte del dittatore, nel marzo 1984, eviterà a mons. Sarah di essere giustiziato, comparendo il suo nome in una lista di persone da eliminare. Nel 2001 verrà chiamato da Giovanni Paolo II a Roma come segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Benedetto XVI lo scelse come presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum nell’ottobre del 2010 e nel concistoro del novembre successivo lo crea cardinale, successivamente, nel 2014, Francesco lo ha destinato a presiedere il dicastero vaticano che si occupa della liturgia. Tutti questi papi sono ricordati con affetto e ammirazione, ognuno per il proprio carisma. 
S.E. card. Robert Sarah
Nell'opera, il card Sarah fa rivivere al lettore il percorso di una fede alimentata da una forte spiritualità - da vescovo ogni due mesi faceva un ritiro di tre giorni in assoluto digiuno -  che si respira leggendo le pagine dedicate alla formazione, alla preghiera, alla contemplazione, alla liturgia, alla pietà popolare fino alla mistica. Alla luce di questa intensa vita spirituale, assume un valore particolare anche la decisa difesa dei valori dottrinali ( sulla famiglia, sull'aborto e l'eutanasia,  sul  gender e l'omosessualità, sui novissimi) perchè si percepisce che non è il dottore della legge che parla ( anche se il cardinale è anche uomo con un ricco curriculum accademico), ma l'uomo di fede.  Una fede che affonda le sue radici in una cultura africana congenitalmente aperta all'annuncio evangelico 
che gli fa "affermare con solennità che la Chiesa d'Africa si opporrà fermamente a ogni ribellione contro l'insegnamento di Gesù e del magistero". E se il messaggio non fosse sufficientemente chiaro ricorda, non senza una punta di sottile cristiana perfidia, che fu grazie a quanto deciso dalla Chiesa d'Africa e dal Concilio di Cartagine del IV secolo in materia di celibato sacerdotale, che Pio IV, nel XVI secolo, respinse le pressioni dei principi tedeschi che chiedevano il matrimonio dei preti.  E la sua Africa, " la nuova patria di Cristo" come l'ha definita Paolo VI, anche oggi, come allora, fara'  la propria parte anche a fronte degli  europei che " non credono piu' in quello che ci hanno donato". Leggendo "Dio o niente" si respira veramente l'aura che promana dalla "
 primavera di Dio (che) resta per buona parte in Africa" e si viene a contatto con  quell'anima africana  dove "si trova - secondo Benedetto XVI-  un tesoro inestimabile che rappresenta un immenso "polmone" spirituale  per un'umanità che appare in crisi di fede e di speranza". In questo senso si può dire che il libro del card. Sarah sia una vera e propria boccata di ossigeno, rigenerante della nostra fede stanca e accomodante, che ha da tempo abdicato a diventare per ogni cristiano "la forma, la molla di tutta la sua vita privata e pubblica, personale e sociale".

giovedì 15 ottobre 2015

Sinodo: nelle parole del card. Sarah la voce della Chiesa africana

Riportiamo qui di seguito l’intervento che il Cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha pronunciato nelle congregazioni generali di apertura del Sinodo. ( english version here)
Santità, Eminenze, Eccellenze, partecipanti al Sinodo, propongo questi tre pensieri:
1) Più trasparenza e rispetto tra di noi                                                                                       
Sento un forte bisogno di invocare lo Spirito di Verità e Amore, la fonte della parresia nel parlare e dell’umiltà nell’ascoltare, unico capace di creare vera armonia nella pluralità.
Dico francamente che nel Sinodo precedente su varie questioni si è sperimentata la tentazione di cedere il passo alla mentalità del mondo secolarizzato e dell’Occidente individualista. Riconoscere le cosiddette “realtà della vita” come un locus theologicus significa rinunciare alla speranza del potere trasformatore della fede e del Vangelo. Il Vangelo che una volta ha trasformato le culture rischia ora di esserne trasformato. Alcune delle procedure usate, inoltre, non sembravano volte ad arricchire la discussione e la comunione, quanto a promuovere un modo di vedere tipico di certi gruppi marginali delle Chiese più ricche. Questo è contrario a una Chiesa povera, un segno gioiosamente evangelico e profetico di contraddizione della mondanità. Né si capisce perché alcune dichiarazioni che non sono state condivise dalla maggioranza del Sinodo scorso siano finite comunque nella Relatio e poi nei Lineamenta e nell’Instrumentum laboris mentre altre questioni pressanti e assai attuali (come l’ideologia di genere) siano invece state ignorate.Il primo auspicio è quindi che nel nostro lavoro ci siano più libertà, trasparenza e obiettività. Per questo, sarebbe utile pubblicare i riassunti degli interventi, per favorire la discussione ed evitare qualsiasi pregiudizio o discriminazione nell’accettare i pronunciamenti dei padri sinodali.
2) Discernimento di storia e di spiriti
Un secondo auspicio: che il Sinodo onori la sua missione storica e non si limiti a parlare solo di certe questioni pastorali (come la possibile Comunione ai divorziati risposati), ma aiuti il Santo Padre a enunciare chiaramente certe verità e a offrire una guida utile a livello globale. Perché ci sono nuove sfide relative al Sinodo celebrato nel 1980. Un discernimento teologico ci permette di vedere nella nostra epoca due minacce inaspettate (quasi come due “bestie apocalittiche”) situate in poli opposti: da un lato l’idolatria della libertà occidentale, dall’altro il fondamentalismo islamico: secolarismo ateo contro fanatismo religioso. Per usare uno slogan, ci troviamo tra “ideologia di genere e ISIS”. I massacri islamici e le richieste di libertà si contendono regolarmente le prime pagine dei giornali (ricordiamoci quello che è accaduto il 26 giugno!) Da queste due radicalizzazione sorgono le due minacce principali alla famiglia: la sua disintegrazione soggettivista nell’Occidente secolarizzato attraverso il divorzio facile e veloce, l’aborto, le unioni omosessuali, l’eutanasia ecc. (cfr. teoria del gender, ‘Femen’, la lobby LGBT, IPPF…). Dall’altro lato, la pseudofamiglia dell’islam ideologizzato che legittima la poligamia, l’asservimento femminile, la schiavitù sessuale, il matrimonio infantile, ecc. (cfr. Al Qaeda, ISIS, Boko Haram ...). Vari indizi ci permettono di intuire la stessa origine demoniaca di questi due movimenti. A differenza dello Spirito di Verità che promuove la comunione nella distinzione (perichoresis), incoraggiano confusione (omo-gamia) o subordinazione (poli-gamia). Richiedono inoltre una regolamentazione universale e totalitaria, sono violentemente intolleranti, distruggono la famiglia, la società e la Chiesa e sono apertamente cristianofobici. “Non stiamo lottando contro creature in carne e ossa…” Dobbiamo essere inclusivi e accogliere tutto ciò che è umano, ma quello che proviene dal Nemico non può e non deve essere assimilato. Non ci si può unire a Cristo e a Belial! Quello che il nazifascismo e il comunismo erano nel XX secolo sono oggi le ideologie omosessuali e abortive occidentali e il fanatismo islamico
3) Proclamare e servire la bellezza della monogamia e della famiglia
Di fronte a queste due sfide mortali e senza precedenti (“omo-gamia” e “poli-gamia”), la Chiesa deve promuovere una vera“epifania della Famiglia”. A questa possono contribuire sia il papa (come portavoce della Chiesa) che i singoli vescovi e pastori del gregge cristiano. Ovvero “la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” (Atti 20, 28).
Dobbiamo proclamare la verità senza paura, ad esempio il Progetto di Dio, che è la monogamia nell’amore coniugale aperto alla vita. Tenendo a mente la situazione storica appena richiamata, è urgente che la Chiesa, nel suo incontro, dichiari definitivamente la volontà del Creatore per il matrimonio. Quante persone di buona volontà e senso comune si unirebbero a questo luminoso atto di coraggio della Chiesa! Insieme a una forte e chiara Parola del Magistero Supremo, i pastori hanno la missione di aiutare i nostri contemporanei a scoprire la bellezza della famiglia cristiana. Per fare questo, bisogna in primo luogo promuovere tutto ciò che rappresenta una vera iniziazione cristiana degli adulti, perché la crisi del matrimonio è essenzialmente una crisi di Dio, ma anche una crisi di fede, e questa è un’iniziazione cristiana infantile. Dobbiamo quindi discernere quelle realtà che lo Spirito Santo sta già sollevando per rivelare la Verità della Famiglia come comunione intima nella diversità (uomo e donna) che è generosa nel dono della vita. Noi vescovi abbiamo il dovere urgente di riconoscere e promuovere i carismi, i movimenti e le realtà ecclesiali in cui la Famiglia si rivela davvero, questo prodigio di armonia, amore per la vita e speranza nell’Eternità, questa culla di fede e scuola di carità. Ci sono moltissime realtà offerte dalla Provvidenza, insieme al Concilio Vaticano II, in cui questo miracolo viene offerto.

lunedì 12 ottobre 2015

Rwanda: terzo mandato, sviluppo economico e progresso democratico

 Uno sviluppo socio-economico durevole puo' prescindere da un quadro certo di libertà' democratiche? Seppur la ricerca di economisti e scienziati della politica non sia giunta a  dare una risposta certa a questa domanda - ci sono, infatti,  esempi a sostegno di una tesi ( la Cina continua a progredire pur in presenza di un quadro per niente democratico) o del suo opposto ( la Corea del Sud ha accentuato il suo sviluppo economico dopo aver abbandonato la dittatura per incamminarsi sulla strada la democrazia)- alcune riflessioni si possono fare sul futuro del Rwanda. La fotografia del paese recentemente rilasciata dalla Fondazione di Mo Ibrahim  è solo l’ultima rappresentazione realistica della situazione di un paese in cui l'irrisolto dilemma della dinamica tra sviluppo economico e sviluppo democratico trova una sua esemplare manifestazione. I riconosciuti progressi in campo economico, di cui il trend di sviluppo del PIL è solo uno degli indicatori, e sociale (nella sanità, nell’istruzione e in materia di ordine pubblico e sicurezza) non possono, infatti,  far dimenticare il basso livello a cui si collocano due aree che, in senso lato, connotano il livello di vita democratica di un paese. La ricognizione condotta dai ricercatori  della Fondazione ha, infatti, evidenziato gravi carenze ( prontamente respinte dalle autorità di Kigali) a livello di  libertà individuali, di associazione  e di espressione e, ancor più, nell’esercizio dei  diritti politici, nella partecipazione alla vita politica e nel livello di libertà e di trasparenza del momento elettorale. L'analisi, condivisa da molti osservatori  della realta' rwandese,  assume una particolare valenza nel momento in cui ci si appresta a modificare la costituzione per consentire un terzo mandato al presidente uscente, Paul Kagame. Modifiche costituzionali che trovano fondamento, secondo i sostenitori di questo progetto, appunto in quelli che sono gli atout della governance rwandese: i livelli di sicurezza, di sviluppo economico e sociale raggiunti dall’attuale leadership. Riconfermare Kagame alla presidenza significherebbe, secondo i paladini del terzo mandato, riproporre anche per il futuro il modello vincente che ha fin qui assicurato gli attuali trend di sviluppo.Pur non scandalizzandoci che si possa porre mano alla costituzione, anche se non ci sfuggono i rischi che ne potrebbero conseguire, non siamo del tutto sicuri che l'equazione  sia valida e che il futuro debba necessariamente riservare ulteriori trend di sviluppo, senza che intervenga, magari proprio in forza di una riconferma dell'attuale leadership, un parallelo processo di crescita democratica che favorisca una reale partecipazione, nella certezza del diritto, di tutti i rwandesi alla vita politica del paese e alla condivisione del potere, in un quadro di consolidato rispetto dei diritti individuali.

mercoledì 7 ottobre 2015

Diminuiscono i poveri a livello mondiale, ma oltre la metà vive in Africa

Secondo il nuovo rapporto sulla povertà curato dalla Banca mondiale, per la prima volta il numero di persone che vive in condizioni di estrema povertà scenderà, entro la fine di quest’anno, sotto la soglia del 10 per cento della popolazione globale. L’istituzione internazionale che ieri ha presentato le sue ultime proiezioni ha aggiornato la soglia per definire il problema: è in estrema povertà chi ha meno di 1,90 dollari al giorno (prima era 1,25), tenuto conto del reale potere d’acquisto dei singoli Paesi. Il numero delle persone estremamente povere calerà dai 902 milioni (il 12,8% della popolazione) nel 2012 a 702 milioni, ossia il 9,6%, nel 2015.Il miglioramento è dovuto soprattutto agli alti tassi di crescita nei paesi in via di sviluppo, come India e Cina, che hanno permesso un più forte investimento in educazione, sanità e spesa sociale in genere. La Banca Mondiale afferma dunque che si è sulla via giusta per raggiungere l’obiettivo della fine della povertà estrema entro il 2030, anche se non è che si tratti di un percorso proprio senza ostacoli. La Banca Mondiale sottolinea inoltre come le forme della povertà evolvono e si radicano in determinate aree geografiche. Nel 1990, oltre la metà dei poveri viveva in Asia orientale e circa il 15% nell’Africa subsahariana. Oggi la situazione è ribaltata. Milioni di asiatici godono di un migliore tenore di vita (‘solo’ un 12% di questi vive in povertà estrema), grazie al dirompente sviluppo della Cina e dei suoi vicini, mentre l’Africa è ancora prigioniera di guerre, corruzione e sottosviluppo. Così la metà dei “poveri estremi” di oggi vive  nel Continente nero anche se nell’Africa Sub-sahariana la povertà estrema tra 2012 e 2015 è drasticamente diminuita: dal 42,6 al 35,2 per cento della popolazione.In termini numerici siamo passati da 388,5 milioni nel 2012 ai 347,1 milioni a fine 2015.Il trend del fenomeno nelle diverse zone del mondo è illustrato nella tabella di seguito riportata, mentre la situazione del Rwanda era stata illustrata in un  recente rapporto  sulla  le cui risultanze sono consultabili cliccando qui.

martedì 6 ottobre 2015

Indice Ibrahim per la governance: Rwanda promosso ma non sui diritti politici

E’ stato presentato ieri  l’“Indice Ibrahim per la Governance”, la classifica realizzata dalla fondazione di Mo Ibrahim che fornisce una valutazione approfondita dello stato della governance in ciascuno dei 54 paesi africani, presi in esame. L’IIAG 2015 comprende 93 indicatori raggruppati in quattro categorie: la sicurezza e lo stato di diritto, la partecipazione e i diritti umani, lo sviluppo economico sostenibile e lo sviluppo umano. In 21 paesi, di cui 5 sono tra i dieci paesi leader della classifica, il risultato complessivo è peggiorato dal 2011. Solo sei paesi hanno registrato un miglioramento in tutte e quattro le categorie del IIAG: Costa d'Avorio, Marocco, Rwanda, Senegal, Somalia e Zimbabwe. La tendenza generale evidenzia performance contrastanti a livello regionale, portando a un crescente divario tra le diverse regioni, con l’Africa del Sud in prima fila  con un punteggio medio di 58,9, seguita dall’Africa occidentale (52,4), dal Nord Africa (51,2) e dall’Africa est (44.3). I dieci paesi con il più alto aumento del loro livello complessivo di governance negli ultimi quattro anni, rappresentano quasi un quarto della popolazione del continente. Cinque di questi paesi, Senegal (9 °), Kenya (14 °), il Marocco (16 °), Rwanda (11 °) e Tunisia (8), sono già tra i primi 20 della classifica dell’IIAG, cosa che fa prevedere che possano  diventare le future grandi potenze del continente. Il miglioramento marginale del livello complessivo di governo del continente è guidato dai progressi in solo due categorie: Sviluppo umano e  Partecipazione e  diritti umani (rispettivamente 1,2 e 0,7). Le altre due categorie, Sviluppo economico durevole e Sicurezza e stato di diritto, da parte loro registrano un peggioramento (-0,7 e -0,3, rispettivamente). Situazione che Mo Ibrahim, presidente della Fondazione Mo Ibrahim, fotografa così: "Anche se, nel complesso, i nostri cittadini africani sono decisamente più sani e vivono in società più democratiche di quanto non fossero 15 anni fa, l’Indice 2015 mostra che i recenti sviluppi del continente in altri settori chiave sono in una fase di stallo o di declino, e in alcuni paesi importanti sembrano segnare il passo. Si tratta di un campanello d'allarme per tutti noi. Solo miglioramenti condivisi e duraturi in ciascuna delle aree di governo assicurano gli africani il futuro che meritano e richiedono”. 
Per quanto riguarda in particolare il Rwanda, le risultanze dell’IIAG 2015, consultabili cliccando qui, evidenziano, a fronte di un punteggio globale di 60,7 ( 60,4 nel 2014), un punteggio di 60 per quanto attiene la Sicurezza e lo stato di diritto, 63,5 per lo Sviluppo economico durevole, 71 per lo Sviluppo umano a cui concorrono la  protezione sociale (79,2), l’educazione (48,8) e la sanità (85,1) e un più modesto 46,3 per la Partecipazione e diritti dell’uomo. Questo  dato ha sollevato, come già in passato, le riserve delle autorità di Kigali, sempre allergiche a ogni critica; andando ad analizzare le varie componenti se ne comprendono le ragioni. Infatti, emerge che quel 46,3  è il  risultato medio di un 85 per quanto attiene la parità di genere, uno dei cavalli di battaglia della governance rwandese, un 34,5 per i diritti intesi come libertà individuali, di associazione  e di espressione, e un umiliante 19,3 (dato medio africano 45,9) per la Partecipazione che prende in esame diritti politici, partecipazione alla vita politica ed elezioni libere e trasparenti. A Kigali dovranno farsene una ragione.

venerdì 2 ottobre 2015

Papa Francesco:esiste anche il diritto a non emigrare

"La Chiesa affianca tutti coloro che si sforzano per difendere il diritto di ciascuno a vivere con dignita', anzitutto esercitando il diritto a non emigrare per contribuire allo sviluppo del Paese d'origine". Lo sostiene Papa Francesco nel Messaggio per la prossimaGiornata Mondiale del migrante e del rifugiato che verrà celebrata il 17 gennaio prossimo.Secondo il Papa, la risposta all'attuale ondata migratoria "dovrebbe includere, nel suo primo livello, la necessita' di aiutare i Paesi da cui partono migranti e profughi". Infatti, "e' necessario scongiurare, possibilmente gia' sul nascere, le fughe dei profughi e gli esodi dettati dalla poverta', dalla violenza e dalle persecuzioni", fermo restando il dovere dell'accoglienza verso chi e' partito e ancora partira', a cominciare dalle comunità parrocchiali, sollecitate dal Papa a superare il timore di veder “minacciata la tranquillità tradizionale”.
Perché sottolinea il  Pontefice  "ognuno di noi e' responsabile del suo vicino: siamo custodi dei nostri fratelli e sorelle, ovunque essi vivano. La cura di buoni contatti personali e la capacita' di superare pregiudizi e paure sono ingredienti essenziali per coltivare la cultura dell'incontro, dove si e' disposti non solo a dare, ma anche a ricevere dagli altri. L'ospitalita', infatti, vive del dare e del ricevere".In definitiva, scrive il Papa, "la solidarieta', la cooperazione, l'interdipendenza internazionale e l'equa distribuzione dei beni della terra sono elementi fondamentali per operare in profondita' e con incisivita' soprattutto nelle aree di partenza dei flussi migratori, affinche' cessino quegli scompensi che inducono le persone, in forma individuale o collettiva, ad abbandonare il proprio ambiente naturale e culturale".
Parole chiare che finalmente legittimano, anche all’interno della comunità ecclesiale, la posizione di  coloro che in questi mesi hanno tentato di far sentire la voce della parte più debole della popolazione che, per scelta o per necessità, rimane nei paesi di origine e lì attende che paesi, organizzazioni e  persone di buona volontà portino il  loro aiuto per  dare concretezza al “diritto a  non emigrare”.
In questi mesi, la sorte di centinaia di milioni di africani non ha trovato alcuno spazio sui media nazionali, tutti indistintamente alle prese con la sola punta dell’iceberg: alcune decine di migliaia di profughi e di migranti economici.
Neppure quando i vescovi africani il 24 agosto scorso hanno lanciato, in occasione di un grande incontro panafricano di giovani,  un appello affinchè gli stessi non si lasciassero attrarre dalle sirene di un inesistente posto di lavoro in occidente, ma si impegnassero in loco  per il futuro del continente, la stampa cattolica italiana, a partire  dal quotidiano cattolico Avvenire, seguito dalla gran parte dei settimanali diocesani, ha ritenuto di rilanciare l’ appello.
Forse da qui in avanti, dopo che il Papa nel suo messaggio ha detto chiaramente che su questi problemi “ è indispensabile che l’opinione pubblica sia informata in modo corretto, anche per prevenire ingiustificate paure e speculazioni sulla pelle dei migranti”, potremmo aspettarci maggiore attenzione anche alla parte sommersa dell’iceberg, gli africani che non hanno voce e che non vanno in video.

giovedì 1 ottobre 2015

1 ottobre 1990: l’inizio della guerra civile rwandese

Cade oggi il venticinquesimo anniversario dell’inizio  della guerra civile rwandese conclusasi nel luglio del 1994, al prezzo di centinaia di migliaia di morti. Il 1° ottobre 1990, soldati della National Resistance Army di origine rwandese, sotto il comando del generale maggiore Fred Gisa Rwigyema muovono dall’Uganda alla conquista del Rwanda, prendendo il nome di Armata Patriottica Rwandese (APR), braccio armato del Fronte Patriottico Rwandese (FPR), l’organizzazione politica che raggruppava i profughi rwandesi di origine tutsi, stanziati in prevalenza in Uganda, ma anche negli altri paesi confinanti con il Rwanda, a partire dal lontano 1959. Si trattava in prevalenza di militari inquadrati nell’esercito ugandese, di cui il generale Rwigyema era vice ministro della difesa, essendo ministro il presidente ugandese Museveni, e in cui  molti ufficiali d’origine rwandese occupavano posti di rilievo in particolare nell’ambito dei servizi segreti.Il punto d’entrata in Rwanda è il posto di frontiera di Kagitumba che cade in giornata nelle mani del 1° e 3° battaglione.L’attacco era stato preceduto da mesi, se non anni, di preparazione nella massima riservatezza, nei limiti consentiti dal coinvolgimento di un alto numero di persone.Gli ultimi giorni di settembre, quelli decisivi, beneficiarono di almeno due condizioni favorevoli all’avvio delle operazioni: l’assenza del presidente Museveni in missione negli Stati Uniti, unitamente al suo omologo rwandese Habyarimana, che faceva del gen. Rwigyema la più alta carica in campo, e la prossima festa nazionale dell’indipendenza ugandese, il 9 ottobre, che giustificava spostamenti di truppe sul territorio ugandese. Per questo il 25 settembre il gen. Rwigyema diede il via alle operazioni dando ordine ai militari rwandesi inquadrati negli organici dell’esercito ugandese di  approvvigionarsi di armi, automezzi, carburante e quant’altro potesse servire alle operazioni d’invasione del Rwanda che sarebbe scattata di  lì a qualche giorno. Il generale Rwigyema, artefice dell’intero progetto di riconquista del potere nel paese d’origine, non ebbe però modo di raccogliere i frutti di un disegno da lungo coltivato; all’indomani dell’attacco, infatti, secondo le ricostruzioni più attendibili, morì per un colpo di fucile alla testa, vittima di un complotto nato all’interno della sua stessa armata, in cui troppi non condividevano le sue linee strategiche di come arrivare a Kigali e, soprattutto, di che tipo di governo isturarvi.Nei giorni successivi, il maggiore Paul Kagame, responsabile  del personale e dell’amministrazione del DMI, il servizio d’intelligence militare ugandese, veniva fatto rientrare dagli Usa, dove si trovava a frequentare un corso di perfezionamento all’accademia militare di Fort Leavenworth, e, sembra su indicazioni dello stesso presidente ugandese Museveni, assumeva, non ancora trentatreenne, il comando delle operazioni, anche se con qualche mugugno da parte di altri ufficiali che non ne condividevano la scelta.