"Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità".Benedetto XVI : Deus caritas est

martedì 29 ottobre 2013

Chef italiano per il ristorante dell’Hotel Rwanda

Hotel des Mille Collines
Il ristorante panoramico dell’Hotel des Mille Collines di Kigali, universalmente conosciuto come l’Hotel Rwanda dell’omonimo film, da qualche settimana ha un nuovo chef, l’italiano Alessandro Merlo. Piemontese, trentasettenne,  Alessandro  è arrivato a Kigali, dopo aver lavorato undici anni negli Stati Uniti, divisi tra Los Angeles e New York, e sei a Parigi, partendo dall’esperienza di sommelier per completarsi successivamente con quella di  chef come illustrato nel suo sito,   deciso a raccogliere la sfida di dare nuovo slancio al ristorante del Mille Collines, appena sottoposto a un profondo rinnovamento. Per vincere la nuova sfida dietro ai  fornelli, dove è coadiuvato da tra aiutanti, Alessandro dichiara di voler far evolvere l’attuale cucina francese, che fin qui caratterizzava il ristorante del Mille Collines, in una cucina più mediterranea  che accolga anche l’apporto di una  cucina italiana di livello e dei
Alessandro Merlo come appare sul suo sito
 suoi prodotti. Per poter fare una cucina curata e di qualità,  il nuovo chef ha ridotto da 75 a trenta i coperti del ristorante. Ogni sera, il ristorante non è aperto a mezzogiorno,  propone alla propria clientela, ospiti stranieri di passaggio nella capitale ma soprattutto gli esponenti della nuova borghesia rwandese desiderosi di confrontarsi con una realtà internazionale, un menu fisso al  prezzo di Frw 35.000 ( circa 40 euro) da scegliere tra quattro antipasti, quattro piatti unici e quattro dessert, arricchito da un aperitivo che prevede una coppa di champagne e un predessert. Anche se qualche residente continua imperterrito  a richiedere brochettes e patate fritte, Alessandro propone piatti ricercati come il filetto d’anatra con salsa di prugne giapponesi coltivate in loco, piuttosto che calamari ripieni di gamberi  e altri piatti  elaborati a base di prodotti italiani. Un’attenzione particolare viene riservata anche ai prodotti della campagna rwandese, riproposti con un tocco di fantasia italiana; naturalmente  anche agli immancabili fagioli per rispettare l'adagio rwandese che non c'è discorso senza ariko (però in kinyarwanda) e pranzo senza haricot (fagioli in francese).Per quanto riguarda le bevande, siamo sicuri che da buon piemontese, il nuovo chef saprà convincere i suoi ospiti  a lasciar perdere la birra Primus per un buon vino italiano. Dopo un mese di permanenza  a Kigali, Alessandro si dichiara entusiasta della scelta fatta. La città, il paesaggio, la gente hanno fatto colpo su Alessandro e sulla giovane moglie non facendo rimpiangere le precedenti sedi di lavoro: Parigi e New York. La conferma definitiva  che Kigali potrebbe valere Parigi è arrivata ai coniugi Merlo dal modo come la  figlia di due anni e mezzo si è ottimamente ambientata, anche con i piccoli nuovi compagni della scuola materna che frequenta. Ed era questa, secondo Alessandro, la “condizione irrinunciabile” per proseguire nella nuova avventura nel paese delle mille colline.

lunedì 28 ottobre 2013

I Vescovi africani: per Lampedusa c'è anche una responsabilità africana


Come sottolineato in un precedente post, anche in Africa si comincia ad interrogarsi se tragedie come quella di Lampedusa, correlate al grande numero di profughi e migranti che abbandonano il continente africano per cercare rifugio o lavoro in Europa, spesso a rischio della vita, non implichino responsabilità anche dei governanti africani. E’ di qualche giorno fa una presa di posizione dei vescovi africani che in una una nota del Secam (Simposio conferenze episcopali Africa e Madagascar) fatta pervenire all’agenzia Fides denunciano l’esistenza di precise  responsabilità africane che stanno a monte di tragedie come quelle a cui purtroppo assistiamo sempre più di frequente nel canale di Sicilia. Si legge, infatti, nella nota .“È sorprendente che così tanti rifugiati dall’Africa orientale continuano ad intraprendere il pericoloso viaggio verso l’Europa alla ricerca della “libertà” a causa delle gravi condizioni politiche ed economiche dei loro Paesi di origine”. Dopo aver ricordato  la situazione particolare in cui versano  Somalia ed Eritrea, i due Paesi da dove proviene la maggior parte delle persone coinvolte nella tragedia di Lampedusa, rifacendosi alla Lettera Pastorale dei Vescovi africani, “Governance, bene comune e transizioni democratiche in Africa”, il comunicato prosegue: “il dramma della migrazione, con un crescente numero di giovani che rischiano la vita per abbandonare l’Africa, riflette la profondità del malessere di un continente dove ancora sono forti le resistenze ad assicurare alle proprie popolazioni lavoro, educazione e salute”.“Dopo oltre 50 anni di indipendenza, l’Africa è ancora alla prese con violenze senza fine, gruppi armati illegali che continuano a minacciare la sicurezza della popolazione e dei loro beni che a loro volta provocano la fuga delle persone, come nel caso dell’incidente di Lampedusa” sottolineano i Vescovi africani.
Il documento conclude, come riporta l’agenzia Fides,  facendo appello alla responsabilità delle istituzioni africane perché operino per coordinare le politiche di controllo dei flussi migratori e soprattutto inizino un processo di miglioramento delle condizioni di vita dei loro Stati. Si fa altresì richiesta all’Europa perché riveda la propria legislazione immigratoria e tratti “questi migranti con maggiore compassione”.
Una sfida che, al di là di ogni facile demagogia,  chiama in causa, indistintamente, europei e africani, ognuna per la propria parte.

sabato 26 ottobre 2013

Rwanda: i possibili rischi del risveglio islamico nei paesi vicini


L’africanista Anna Bono nell’articolo Cristiani in Africa, le nuove persecuzioni, apparso su La Bussola quotidiana, ha presentato  i risultati dell’annuale rapporto  World Watch List 2013, curato da Open Doors Usa, l’organizzazione non governativa internazionale che da quasi 60 anni aiuta e sostiene i cristiani perseguitati nel mondo. In particolare, l'autrice mette in risalto come “nell’anno trascorso le persecuzioni e le violenze contro i cristiani in Africa si sono moltiplicate estendendosi a paesi in precedenza considerati sicuri”. Infatti, 18 dei 50 stati elencati, in cui si verificano le più gravi persecuzioni nei confronti dei cristiani nel 2013, sono africani, tre dei quali – Somalia, Mali ed Eritrea – figurano tra le prime dieci posizioni. "Altri quattro stati, situati, come il Mali, nell’Africa Sub-Sahariana, compaiono nella lista per la prima volta: Tanzania, Kenya, Uganda e Niger. Complessivamente, inoltre, sono almeno otto i paesi africani in cui le persecuzioni e le violenze contro i cristiani si sono intensificate”. 
Come si vede tre di questi paesi fanno parte della EAC, la comunità degli stati dell’Africa dell’Est, di cui fa parte anche il Rwanda, che con l’Uganda e la Tanzania è anche confinante. Alla luce della situazione venutasi a creare nei paesi vicini, il Rwanda sembra un'isola felice non avendo notizia di fatti configurabili come persecuzioni contro i cristiani. Pur in presenza di una minoranza musulmana che non supera il due per cento, concentrata nella capitale, dove esistono almeno due importanti centri, e in alcune enclave nel paese, come quella di Gatsibo, sarebbe probabilmente un errore sottovalutare i rischi di un possibile  “contagio” che potrebbe arrivare dal “risveglio islamico” evidenziatosi nei paesi vicini, in particolare in Tanzania, la cui situazione è di seguito illustrata.

mercoledì 23 ottobre 2013

Rwanda: 405 richieste di autorizzazione a operare come confessione religiosa

La religione permea la totalità del popolo rwandese. Per oltre il novanta per cento i rwandesi si professano cristiani ( 56, 5% cattolici e 37% protestanti), con una minoranza mussulmana che non supera il 2% e con una residua presenza di professanti la religione tradizionale. A fianco del blocco omogeneo della chiesa cattolica esistono le principali confessioni protestanti, spesso frazionate in una galassia di piccole chiese facenti capo a un singolo pastore,  oltre a sette vere e proprie, a partire dalla più organizzata e famosa, quella dei Testimoni di Geova molto diffusi sul territorio rwandese. Tutte le organizzazione fondate su qualsiasi religione sono soggette alla legge rwandese n. 06/2012 che ne determina gli ambiti e i limiti d’azione, escludendo per esempio ( art. 5)  qualsiasi tornaconto economico per i membri e, soprattutto, ogni sconfinamento sul  terreno della politica. La richiamata legge stabilisce inoltre che qualsiasi organizzazione fondata sulla religione necessiti, per operare nel paese, di una previa autorizzazione  da richiedere ad un’apposita autorità, il Rwanda Governance Board- RBG. Secondo quanto riferito da un esponente del RGB al sito igihe.com, Jean Marie Vianney Bwenge, dall’entrata in vigore della legge, sono ben 405 le richieste pervenute da parte di altrettante organizzazioni. Finora sono state concesse 221 autorizzazioni ad altrettanti soggetti che rispondevano ai requisiti di legge. I dossier degli altri richiedenti sono ancora sotto esame. Va peraltro sottolineato che l’attivtà del RGB non si limita alla verifica dei requisiti per la concessione della “licenza” ad operare, ma  sovraintende in via continuativa all’attività delle diverse confessioni che sono altresì  tenute a relazionare RGB di quanto realizzato in corso d’anno oltre che presentare un rendiconto finanziario. Il proliferare di organizzazioni fondate sulla religione è un fenomeno piuttosto preoccupante, frutto spesso di iniziative di singoli pastori, prevalentemente in ambito protestante, che spesso si sottraggono ai propri obblighi costituendo comunità "personali" svincolate dalle rispettive gerarchie.Inutile nascondere che spesso per qualcuno la molla che li spinge al grande passo è l'irresistibile richiamo del risvolto economico  che potrebbe riservare la propria piccola chiesa, in barba al richiamato divieto di tornaconto economico previsto dall'art. 5 della legge. Ma su casi simili le autorità potrebbero avere gli strumenti per intervenire, anche perchè in passato non hanno nascosto di disapprovare certi stili di vita di pastori troppo attaccati al denaro. 

venerdì 18 ottobre 2013

Ritorna la jatropha: il Rwanda punta sul biodiesel

Nyagahanga: pianta di jatropha 
Sembra arrivato il momento della jatropha. Per chi avesse perso le puntate precedenti, ricordiamo che la jatropha è una pianta dai cui semi si può ricavare biodiesel. Ne parlammo su questo blog a partire dal 2008, quando a fatica riuscimmo con l’Associazione Kwizera a procuraraci i semi per  sperimentare la coltivazione della pianta a Nyagahanga. Naturalmente, in assenza di un contesto atto a recepire la novità, il tutto si fermò allo stato di esperimento. Ora le cose sembrano cambiare. Infatti, il governo rwandese ha deciso di sposare decisamente la causa di produrre biodiesel, partendo appunto dalla jatropha, dopo che già nel 2009 un progetto di ricerca sulla materia era stato affidato all’IRST, l’Istituto di Ricerca e Tecnologia, senza peraltro che si andasse oltre la mera fase di studio. Ora invece con un’apposita legge è stata istituita la National Industrial Research and Devlopment Agency (NIRDA), un organismo indipendente chiamato appunto  sviluppare e commercializzare le  innovazioni messe a punto in materia di biodiesel. Il  governo rwandese ha deciso di rilanciare la coltivazione della jatropha, attraverso la promozione delle industrie che puntano sulle bio-energie, il sostegno per gli agricoltori e le imprese impegnate nello sviluppo di energia verde, così come introdurre  incentivi fiscali per le auto e le industrie che utilizzano il bio-carburante. E’ prevista la costituzione  della Rwanda Biofuel Company Limited per gestire i biocarburanti e lo sviluppo di energie rinnovabili e il relativo  marketing, così come altre possibili produzioni connesse, come i cosmetici e i  fertilizzanti. 

lunedì 14 ottobre 2013

Ecco perché nel 2017 il Rwanda (probabilmente) non cambierà presidente

 Se non si vuole interrompere il trend di sviluppo che interessa il Rwanda da qualche anno, sarebbe auspicabile prendere atto delle attuali specifiche dinamiche di potere esistenti all’interno dell’élite che esprime la compagine di governo ed evitare la tentazione, da parte dei paesi donatori, di condizionare i propri aiuti all’ampliamento  dello “spazio politico” in essere nel paese, illudendosi di poter far leva su inesistenti fazioni “all'interno della struttura di potere del paese che siano più o meno 'progressiste' su temi quali la libertà di parola e di rapporti con la Repubblica democratica del Congo”. Questa, in estrema sintesi la conclusione a cui pervengono gli analisti del ODI (Overseas Development Institute) di Londra, un centro studi indipendente specializzato nei problemi dello sviluppo e nelle questioni umanitarie, incaricato dalla Ambasciata svedese a Kigali di fornire un contributo mirato a comprendere le dinamiche di potere in Rwanda,” in particolare, per valutare le ipotesi che circolano su vari media circa i modelli di accordo e di disaccordo tra i detentori del potere in Rwanda” al fine di pianificare  la strategia di cooperazione Svezia-Rwanda per i prossimi 5-7 anni. Il fatto che tale ricerca sia stata resa pubblica e non utilizzata, come di solito capita, dal solo committente che se ne è accollato l’onere, sembra evidenziare la volontà di mandare un messaggio alla più ampia comunità dei paesi e degli organismi donatori perché si continui a guardare al Rwanda e ai suoi governanti con una prospettiva che, svincolata da modelli che fanno riferimento a principi di una democrazia matura di tipo occidentale, faccia riferimento alle specificità della realtà rwandese.                                                                                 
Situazione che ricercatori descrivono nel Summary del Rapporto, in questi termini piuttosto generosi: “il modello multipartito di distribuzione del potere che il Rwanda ha adottato non è solo favorevole alla realizzazione e all'attuazione di politiche per il raggiungimento di risultati di sviluppo ( come di solito è riconosciuto ). E’ anche il risultato di uno sforzo cosciente per sposare aspirazioni democratiche con la dura realtà di una società divisa e strutturalmente sottosviluppata. Il modello è intrinsecamente interessante e implicante alcune sfide da affrontare, ma molti benefici immediati. Gli sforzi a supporto della democrazia potrebbero legittimamente cominciare a riconoscere quei benefici nella prospettiva di contribuire ad affrontare le prossime sfide. Questo sarebbe certamente più produttivo che partire dalla affermazione fondamentalmente fuorviante che il Rwanda soffra di una mancanza di ' spazio politico ' o che ci siano fazioni all'interno della struttura di potere del paese che sono più o meno 'progressiste' su temi quali la libertà di parola e di rapporti con DRC, e che questo fornisca un punto di ingresso per influenza esterna”. 
Un vero e proprio assist ai sostenitori di un futuro del Rwanda ( anche per quanto riguarda le elezioni presidenziali del 2017) che evolva nella stabilita' e nella continuita'.

giovedì 10 ottobre 2013

Rwanda un paese in rete?

Spesso abbiamo fatto riferimento a giornalisti frettolosi che dopo una veloce puntata a Kigali, magari con viaggio e soggiorno pagati da agenzie di pubbliche relazioni che lavorano su mandato del governo, scrivono il solito articolo più sulla capitale che sul paese. Non è questo il caso dell'articolo apparso su L'Indro a cura di un free lance, Fulvio Beltrami, un giornalista che  risiede e opera a Kampala e che conosce la realtà africana, anche quella rwandese (anche se  la notizia dell'entrata dell'esercito rwandese in Congo data nel settembre scorso  attende ancora oggi conferma). Leggendo il suo pezzo, Rwanda, un paese in rete  abbiamo trovato elencate tutte le iniziative  che in questi ultimi tempi il governo ha promosso per favorire l'informatizzazione del paese, di cui  anche su questo blog spesso abbiamo dato conto, attingendo alle notizie apparse sulla stampa. Tuttavia la somma di tutte le iniziative singolarmente illustrate, a un riscontro sul terreno, non fanno il quadro che si cerca di presentare nell'articolo di un Rwanda isola tecnologica in un mare di analfabetismo informatico. Dato atto della grande informatizzazione della pubblica amministrazione, anche noi usufruiamo del visto che ci viene recapitato per e mail a casa, bisogna dire che  quando ci capita di dover alimentare questo blog durante le nostre missioni estive, naturalmente dalla campagna, o i nostri amici rwandesi ci devono mandare un'e-mail con un allegato, la situazione è un po' diversa da quella che si potrebbe ricavare leggendo l'articolo apparso su L'Indro. Così come quando ci troviamo a portare nelle scuole dei villaggi penne e quaderni a bambini che non ne dispongono, non abbiamo naturalmente mai visto un lap top verde a manovella che si potrà semmai trovare in qualche scuola della capitale.
 Forse per questo il titolo del pezzo poteva essere più modestamente "Kigali una città in rete-un'isola tecnologica ...........".

mercoledì 9 ottobre 2013

Rwanda: fra gli ultimi per il consumo pro capite d'energia


Parlando di problemi energetici, un noto esperto della materia faceva questo riferimento al Rwanda “significa avere, quale modello di benessere, Burundi, Ruanda o Kenia, tanto per citare alcuni tra i Paesi con minore uso pro-capite d’energia”. Sembrava l’abusata citazione   del Rwanda come termine di paragone in negativo abbastanza invalso in certa stampa.
In realtà, andando a verificare lo specifico dato dell’uso pro capite d’energia, si scopre che la citazione era tutt’altro che inappropriata. Infatti, nella classifica mondiale, curata dal  Index Mundi del CIA World Factbook al gennaio 2012,  il Rwanda si colloca al 209 esimo posto, subito dopo il vicino Burundi, su 214 paesi con un consumo di elettricità pro capite di 20,26 kWh, meno della metà di quanto consuma un cittadino ugandese e meno di un terzo di un tanzaniano. Come si vede dalla classifica riportata qui sotto, diversi paesi  africani, comunemente ritenuti molto meno sviluppati, sopravanzano il Rwanda in questo indicatore significativo del grado di sviluppo economico di un paese. Indubbiamente, un dato che dovrebbe far riflettere; tanto per rimanere in argomento, forse fermarsi alle luci di Kigali per giudicare il grado di sviluppo del Rwanda, come capita a molti giornalisti che visitano il paese, rischia di essere  fuorviante. 

197
58.2

206
29.41
198
46.9

207
29.05
199
39.97

208
25.9
200
39.57

209
20.26
201
38.3

210
9.83
202
36.95

211
8.47
203
36.81

212
7.6
204
31.53

213
0.01
205
29.42

214
0

Riflessione in margine al post Per non dimenticare....

Riceviamo da Michele G., l'ispiratore del Progetto Mikan,  questa riflessione in margine al post " Per non dimenticare......" che volentieri ospitiamo quale testimonianza di come un giovane si ponga di fronte a un problema epocale come quello delle migrazioni.

Dopo la doverosa e "umana" commozione per i tragici fatti degli ultimi giorni, ora è il momento di andare oltre.
Sì, perchè la commozione non risolve le questioni.
Forse cementifica il ricordo, ma non ci porta oltre esso.
 Il tema della migrazione dei popoli è cruciale già oggi per tutto il mondo occidentale, e ne segnerà inevitabilmente il futuro.
Due premesse imprescindibili per cominciare il discorso :
 1) Il flusso dei popoli è un fiume che non si può fermare.
2) La soluzione non dipende dalle singole nazioni, non ha bandiere. La soluzione non può che esssere "globale".
 Cominciamo facendo un pò di chiarezza linguistica.
In tutti i quotidiani nazionali, anche i più autorevoli, si possono leggere termini come profugo, rifugiato, migrante, clandestino, immigrato, tutti messi insieme alla rinfusa quasi come se dopo essere stati ammassati  sui barconi ora debbano subire il medesimo trattamento dagli "scafisti" della carta stampata.

martedì 8 ottobre 2013

Per non dimenticare la tragedia di Lampedusa


"Immigrazione, l'Africa ha perso la sua anima?" E’ questo il grido d’allarme lanciato dal settimanale economico finanziario panafricano  Les Afriques,  all’indomani della tragedia  di Lampedusa.  “E’ il momento per l'Africa di svegliarsi e di prendersi cura di questo problema, se non altro per motivi umanitari o per ragioni di dignità per salvare i propri giovani da una morte quasi certa”. Già in un apposito dossier intitolato “La strada della morte” il settimanale aveva affrontato ampiamente il problema richiamando  l'attenzione “dei responsabili politici africani sulla gravità del flagello e la necessità di una risposta urgente per eliminare questo problema che minaccia l'Africa e la sua giovinezza. Con questa ultima tragedia, i governi africani devono mostrarsi degni e affrontare la questione dell'immigrazione come una vera priorità africana”.
Indubbiamente un punto di vista spiazzante che sovverte molti dei giudizi che frettolosamente vengono di soliti rilasciati all’indomani di tragedie come quelle di Lampedusa.
Anche se il Rwanda non sembra grandemente coinvolto nel fenomeno migratorio, almeno sull’asse Africa-Europa, ci sembrava doveroso ricordare la tragedia di Lampedusa offrendo alcuni spunti di riflessione. Per cominciare segnaliamo la realistica analisi che, sul sito La bussola quotidiana, Mons. Luigi Negri, Arvivescovo di Ferrara e Comacchio,  fa del fenomeno migratorio in tutti suoi diversi aspetti e implicazioni, senza risparmiare giudizi piuttosto critici  ai diversi protagonisti; interessanti sono anche  tre articoli dell’africanista Anna Bono che sullo stesso sito prende in esame la situazione di Somalia ed Eritrea da dove proviene la gran parte dei richiedenti asilo politico che bussano alle porte dell’Europa e illustra le altre tratte che i profughi affrontano, in alternativa a quella classica che li porta in Libia, attraverso il golfo di Aden e attraverso il Sinai. Da ultimo riproponiamo le testimonianze di alcuni profughi  che dai paesi dell’Africa occidentali hanno tentato di entrare in Europa dalla Spagna. Pur essendo testimonianze datate ( erano apparse sulla rivista dell’Associazione Kwizera nel 2009 clicca qui) conservano tutta la loro drammatica attualità.

lunedì 7 ottobre 2013

I cento anni del Petit Seminaire di Kabgayi al servizio della Chiesa e della società rwandese

La celebrazioni del 100 ° anniversario della fondazione del Petit Seminaire Saint Leon di  Kabgayi è stato un'occasione di conferma dell'importante ruolo che i Petits seminaires hanno ricoperto nella storia rwandese come ha voluto sottolineare il presidente rwandese, Paul Kagame, intervenuto alla cerimonia tenutasi nei giorni scorsi.Lo dicono innanzitutto i numeri: dalla fondazione, nell'ottobre 1913 da parte dei Padri Bianchi, sono  più di 5.200 gli studenti che sono stati educati alla scuola, di cui 321 sono arrivati all’ordinazione sacerdotale. Come sottolineato da Kagame, la scuola ha formato cittadini che sono assurti  a posizioni di leadership in campo religioso, sociale, politico ed economico contribuendo allo sviluppo del paese.Tra i piu' noti ex allievi del Petit seminare di Kabgayi vanno ricordati il primo presidente della repubblica rwandese,  Grégoire Kayibanda,  il primo vescovo rwandese, monsignor Aloys Bigirumwami, il famoso storico e scrittore padre Alexis Kagame, il celebre poeta, cantante e autore Cyprien Rugamba, il vescovo  Thadée Ntihinyurwa, arcivescovo di Kigali, l'attuale ministro dell’Educazione, Vincent Biruta, nonché il Segretario Generale del Fronte patriottico (RPF),Francois Ngarambe.Riconoscendo il contributo che l'apporto educativo del Petit Seminaire offre allo sviluppo del paese, il Presidente ha promesso il sostegno statale per l'ampliamento delle strutture della scuola.Mentre  il Vescovo di Kabgayi, monsignor Smaragde Mbonyintege, ha voluto confermare l’impegno della Chiesa rwandese a proseguire nella promozione di un'istruzione di qualità per la formazione di ottimi studenti che possano incidere positivamente nella vita del paese. Il riconoscimento del Presidente sembra enfatizzare il ruolo del Petit Seminaire come vera e propria scuola  superiore da cui potranno uscire futuri sacerdoti, che i numeri di Kabgayi quantificano in una percentuale inferiore al dieci per cento (6,1 per cento) degli studenti, ma soprattutto studenti che sceglieranno diversi percorsi universitari  per entrare nel mondo delle professioni piuttosto che nell'amministrazione statale e nelle aziende private, potendo contare su una formazione scolastica e umana di assoluto livello. La storia del Petit Seminare di Kabgayi, così come quella degli altri sette Petits Seminaires esistenti in Rwanda, è lì a testimoniare il profondo innervamento del sistema formativo cattolico nel tessuto sociale rwandese e a garantire anche per il futuro un forte contributo allo sviluppo del paese, affinando  la propria proposta formativa alla luce del mutato contesto sociale. 

domenica 6 ottobre 2013

Dall'Unione Europea 40 milioni di euro per migliorare le strade rwandesi

Buone notizie per il bilancio rwandese: l'Unione Europea sblocca i propri aiuti, temporaneamente congelati a seguito delle accuse mosse per il presunto coinvolgimento di Kigali nella crisi del Kivu.Da Bruxelles arriveranno 40 milioni di euro destinati a migliorare 700 kilometri di strade nelle zone più isolate del paese.
Migliorando i collegamenti dei villaggi con la rete principale, su cui sono già stati fatti diversi interventi in questi ultimi anni, secondo  il  capo della delegazione dell'Unione europea in Rwanda, Michel Arrion, si ridurranno i costi di  trasporto dei prodotti agricoli provenienti dalle campagne, concorrendo così a tenere sotto controllo anche le dinamiche inflattive e agevolando l'economia agricola. Da parte nostra possiamo dire che diventeranno meno faticosi gli spostamenti nelle zone interne dove, peraltro, anno dopo anno, la viabilità era già migliorata in maniera significativa.
  

sabato 5 ottobre 2013

L’Union Trade Centre di Kigali a rischio esproprio?

L'Union Trade Centre

L’Union Trade Centre, il più grande centro commerciale rwandese, tappa obbligata per tutti i visitatori della capitale, che nel pieno centro di Kigali ospita 81 esercizi commerciali compresi negozi, ristoranti e altre strutture di vendita al dettaglio, sarebbe a rischio esproprio da parte delle autorità rwandesi. E' quanto sostiene, in un comunicato rilasciato alla stampa, il proprietario dell’UTC  l’imprenditore di origine rwandese residente in Sud Africa, Tribert Rujugiro Ayabatwa, riferendo che la Commissione governativa preposta alla gestione delle proprietà abbandonate ha informato  tutti gli inquilini dell'UTC che i loro affitti andavano accreditati, a partire dal primo ottobre, non più ai proprietari dell’immobile bensì su un conto governativo.Secondo quanto sostenuto nel comunicato, le autorità rwandesi, appellandosi a una legge regolante le proprietà abbandonate a seguito della guerra civile,  mirerebbero a espropriare l’UTC, il cui valore si aggirerebbe sempre secondo i proprietari attorno a 20 milioni di dollari,  addebitando a Tribert Rujugiro Ayabatwa, il fatto di aver abbandonato la struttura essendo residente in Sud Africa. Non si conosce la versione delle autorità di Kigali alle prese con un affaire che potrebbe, qualora risultasse fondata la versione dei proprietari, aver qualche risvolto negativo sui sempre più numerosi investitori stranieri intenzionati a fare affari in Rwanda.

venerdì 4 ottobre 2013

Gli USA accusano il Rwanda di favorire il reclutamento di bambini soldato per l'M23


Gli Stati Uniti hanno annunciato ieri che, sulla base di una recente legge per contrastare il reclutamento e l’uso di bambini soldato, saranno prese  sanzioni ( congelamento dei  fondi per l’assistenza militare ...) nei confronti di cinque paesi, la Repubblica Centrafricana, il Sudan, la Siria, il Myanmar e il Rwanda. In particolare il  Rwanda è  accusato  di essere coinvolto nel reclutamento di bambini soldato, attraverso il sostegno al Movimento M23 operante nel Kivu. Il nuovo atto d'accusa diretto contro il Rwanda, a cui non mancheranno le reazioni delle autorità di Kigali che già in altre occasioni hanno respinto l’accusa di sostenere l’M23, è stato  espresso  dal nuovo Assistente Segretario di Stato per l'Africa, Linda Thomas-Greenfield, che ha comunque affermato che  “il nostro obiettivo è quello di lavorare con i paesi menzionati al fine di garantire che cessi qualsiasi coinvolgimento in casi di uso o reclutamento di bambini soldato. Continueremo quindi a discutere con il governo rwandese di questo caso  collegato con l’M23”.Al momento non è stato specificato il contenuto delle sanzioni che verrebbero comminate al Rwanda. Per le autorità di Kigali l’intervento dell’alto funzionario del Dipartimento di Stato per l'Africa suona come ulteriore segnale  del mutato atteggiamento  degli USA nei confronti del Rwanda, almeno per quanto attiene la crisi del Kivu.  

giovedì 3 ottobre 2013

Crisi del Kivu: ulteriori tensioni per 200 famiglie di profughi rientrate in Congo


Il recente arrivo, nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo (RDC) controllata dal movimento ribelle M23, di circa 200 famiglie provenienti dal Rwanda è il nuovo elemento che va ad alimentare le tensione in un’area già sufficientemente calda.I contendenti in campo danno una diversa versione dei fatti: da una parte il movimento M23 parla di famiglie tutsi congolesi che ritornano nel territorio d’origine, dall’altra le autorità congolesi ritengono si tratti di profughi rwandesi recentemente espulsi dalla Tanzania. Il tutto in assenza di una spiegazione dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che dovrebbe sovraintendere a questi tipi di problema, e del Rwanda firmatari, nel 2010, di un accordo con la RDC per regolare appunto la gestione dei profughi dell’area .Nell’un caso come nell’altro l’UNHCR dovrebbe, infatti, fornire delle spiegazioni. Se fossimo in presenza di profughi congolesi bisognerebbe comprendere come mai rientrino proprio ora in Congo solo queste 200 famiglie delle decine di migliaia di sfollati congolesi che  da anni marciscono nei campi profughi rwandesi, gestiti appunto dall’UNHCR ( vedi post). Nell’altro caso, sono comprensibili le preoccupazioni del governo congolese che vedrebbe un’infiltrazione di profughi rwandesi sul proprio territorio che potrebbero facilmente diventare, in futuro, motivo d’intromissione del Rwanda a tutela di propri connazionali, secondo una strategia consolidata delle autorità rwandesi che si sentono impegnate a proteggere le proprie minoranze nei paesi vicini ( un principio questo che ha sempre creato non pochi problemi in altre parti del mondo, a partire dall’Europa della prima metà del secolo ventesimo).E’ anche questa, molto probabilmente, la ragione alla base della decisione delle autorità tanzaniane di espellere, nelle settimane scorse, in maniera repentina e piuttosto brutale, alcune migliaia di rwandesi residenti da anni in Tanzania, di cui, secondo qualcuno, farebbero appunto parte le 200 famiglie di cui si parla. Come si vede l’episodio delle 200 famiglie di profughi, all’apparenza secondario rispetto alle dinamiche militari del conflitto in corso nel Kivu, non aiuta certo ad attenuare le forti tensioni in essere e, semmai,  disvela le strategie di alcuni degli attori della crisi.

mercoledì 2 ottobre 2013

Focus economia 2: il giudizio del FMI


All'esito della missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI),  guidata da Paulo Drummond, svoltasi a  Kigali dal 18 settembre al 2 ottobre è stata rilasciata una dichiarazione che aggiorna e integra quanto scrivevamo ieri circa l'andamento dell'economia rwandese.  Nella nota del responsabile del FMI si conferma l'andamento congiunturale con una "crescita economica  rallentata al 5,9 per cento nel primo semestre del 2013 e ...un'inflazione  rimasta contenuta al 4 per cento in agosto".Secondo il FMI " la performance nell'ambito del programma sostenuto dall'FMI ha continuato ad essere soddisfacente.......Per l'anno nel suo complesso, la crescita economica è proiettata al 6,6 per cento e al 7,5 per cento nel 2014, sostenuta da una ripresa della forte crescita dei servizi. L'inflazione dovrebbe salire al 6,5 per cento a fine anno a causa dell'aumento dei prezzi alimentari. Nel medio termine la crescita dovrebbe raggiungere in media circa il 7,5 per cento all'anno e l'inflazione convergere verso l'obiettivo di medio termine del 5 per cento". Come si vede le previsioni del FMI si discostano da quelle formulate nei piani del governo  (EDPRS2) che aveva fissato per il periodo 2013-2018 una crescita media annua dell'11,5%  che avrebbe consentito di  arrivare a un PIL procapite nel 2020 di 1240 dollari a fronte degli attuali 644 dollari.
Comunque secondo il FMI "l'attuazione delle riforme concordate (tra FMI e Rwanda) nel contesto del nuovo PSI- Policy Support Instrument dovrebbe consentire la transizione verso una crescita guidata dal settore privato. Queste riforme includono gli obiettivi del governo di accrescere le entrate ampliando le basi imponibili, rimuovendo le esenzioni e migliorando l'amministrazione fiscale.Altre riforme comprendono il rafforzamento della gestione delle finanze pubbliche, migliorare l'efficacia della politica monetaria, aumentando l'accesso finanziario, la diversificazione delle esportazioni e incentivando un programma di investimenti pubblici, pur in un contesto di prudente gestione del debito pubblico".

martedì 1 ottobre 2013

Focus economia: Franco rwandese debole e altri indicatori economici

Il Franco rwandese, pur in un contesto economico tutto sommato stabile, si è andato indebolendo negli ultimi mesi fino a segnare un cambio ufficiale odierno di Frw 903,80 per ogni euro a fronte di una media di 806,85 nell’ottobre 2012.Analogo andamento ha interessato il cambio Frw /$ attestatosi a 666,99 a fronte di un cambio medio nell’ottobre 2012 di 621,89.
Secondo il governatore della banca centrale, John Rwangombwa, il trend risente della forte domanda di valuta  alimentata dagli operatori economici per far fronte al crescere delle importazioni e dal ritardo o dal taglio nelle erogazione di una parte degli aiuti internazionli a cui il bilancio rwandese deve ricorrere per oltre un terzo delle sue entrate.
Andamento su base annua del cambio Frw/euro
 L’andamento del cambio non sembra preoccupare le autorità monetarie rwandesi, anche se un  ritorno alla stabilità nel mercato dei cambi non è prevedibile a breve, perchè sul finire dell’anno si assiste ciclicamente a un afflusso di valuta dall’estero di cui il franco rwandese dovrebbe beneficiare.
Gli altri indicatori sull’andamento congiuturale rwandese evidenziano un’economia in crescita  che fa ritenere al governatore della banca centrale
perseguibile l’obiettivo di una crescita annua del 7,5 per cento, anche se la crescita del 6 per cento e del 5,7 per cento registrata nel primo e secondo trimestre rispettivamente, lascia qualche dubbio sulla possibilità che con l’attuale trend si possa centrare l’obiettivo su base annua. Buone  notizie anche sul fronte dell’inflazione che si mantiene ufficialmente, ma forse non realmente visti certi prezzi al mercato, attorno al   4 per cento, cui fa riscontro un livello di tassi applicati dalle banche sui prestiti, ai privati e alle imprese, che si aggira intorno al  17,5 per cento, un  livello decisamente alto se rapportato all’andamento inflazionistico, che crea non poche difficoltà ai prenditori che si trovano spesso nelle condizioni di non poter far fronte ai propri impegni di restituzione. 
Nonostante questo si assiste ad un forte aumento dei prestiti al settore privato, che la banca centrale cerca di tenere sotto controllo mantenendo alto, al 7 per cento, il repo rate, il tasso di rifinanziamento bancario, per scongiurare possibili effetti inflazionistici e sul corso del Frw che potrebbero ingenerarsi a fronte di un’ulteriore dilatazione dei prestiti in presenza di una diminuzione dei tassi.