"Prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra". Benedetto XVI


sabato 27 ottobre 2012

Hutu-Tutsi di M. Fusaschi, un libro interessante ma…

Hutu-Tutsi Alle radici del genocidio rwandese è un libro uscito nel 2000 presso la Bollati Boringheri editori ( pag. 187, €18,08)  come rielaborazione della tesi di laurea di Michela Fusaschi, attualmente docente in Antropologia Culturale presso l’Università Roma III. Il lavoro si propone di scandagliare le ragioni profonde della tragedia che ha sconvolto il Rwanda nel 1994, analizzandone le premesse storico-antropologiche. Avvalendosi della vasta letteratura etnografica e sociologica sul Rwanda( nella bibliografia vengono citati oltre 170 autori), ripercorre tutta la storia precoloniale e il successivo periodo della dominazione tedesca prima e belga poi, fino ad arrivare all’indipendenza e al periodo repubblicano che sfocerà nella guerra civile del 1990-94 e alla catastrofe finale della primavera di quell’anno. In particolare, indaga tradizioni e miti di quella società, evidenziandone le relative dinamiche, in particolare quelle del potere,   e gli istituti  che ne regolamentavano la vita, come l’ubuhake (il contratto di prestazione vigente tra due persone). Una vera miniera di informazioni che chi conosce anche solo un po’ il Rwanda  saprà apprezzare.  
Tale percorso porta la studiosa a pervenire alla tesi, attualmente quasi unanimemente condivisa almeno dagli studiosi rispettosi del politically correct,  secondo cui “ le categorie Tutsi e Hutu erano già presenti  in epoca precoloniale, ma in quel periodo non avevano significato discriminante ed esclusivo che verrà assegnato in seguito e che può definirsi costruzione o finzione coloniale dell’etnia” (pag. 121) e ancora “le cosiddette etnie rwandesi Hutu, Tutsi e Twa furono di fatto inventate dagli europei” (pag. 122) a fronte di una situazione precoloniale dove le tre entità avevano trovato un “equilibrio che andava oltre una stratificazione sociale che si presentava come fortemente gerarchizzata” ( pag. 87).
Kalinga dal sito www.kingkigeli.org
del re Kigeli V
L’autrice trova un esempio di questo equilibrio nella costruzione di Karinga (  i rwandesi preferiscono scrivere Kalinga),  il tamburo simbolo della regalità, a cui dedica  diverse pagine corredate da tre appositi disegni, che la portano a ipotizzare che nella sua costruzione “si realizzasse, almeno a livello simbolico, una occasione di integrazione fra allevatori Tutsi e agricoltori Hutu” (pag. 81). Peccato che tale sforzo di trovare un’armonia, che forse non c’era, cada quando a pag 140, trattando della richiesta avanzata dagli oppositori della monarchia di distruggere Karimba   come simbolo regale sia costretta a menzionare un'altra ragione della richiesta di cui non aveva minimamente fatto menzione nella precedente descrizione: Karimba portava come ornamento gli attributi maschili rinsecchiti dei re Hutu vinti in battaglia dal Mwami (il re). Tutta presa a confezionare l’ipotesi dell’armonia tra i gruppi, l’autrice liquida la questione degli ornamenti umani come “una convinzione” degli oppositori e non come un fatto conosciuto e acclarato, sicuramente meritevole di una qualche spiegazione, almeno per continuare a sostenere la tesi del Karimba come simbolo unificante. Altre, a nostro avviso, sono le forzature introdotte nel testo per pervenire alla tesi che si intende sostenere. Non sembra avere riscontro documentale l’affermazione che anche gli Hutu potessero diventare abiiru, gli uomini dei segreti regali, veri e propri tutori del re e regolatori delle dinamiche dinastiche. Inoltre, come si può parlare di schiavitù diffusa ( pag. 106) senza sprecare una parola  per chiarire  chi siano i soggetti attivi e passivi di tale odioso istituto; forse perchè ne sarebbe uscito un quadro non coerente con la tesi di fondo? Infine, lascia perplessi lasciare totalmente privo di una valutazione il documento emanato nel maggio del 1958  dai grandi servitori della corte del mwami in cui si sostiene  “le relazioni tra noi (Tutsi) e loro (Hutu) sono state dal passato più remoto a oggi basate sulla servitù, non c’è dunque fra loro  e noi alcun fondamento di fratellanza ………. Dato che i nostri re  hanno conquistato il paese degli Hutu uccidendo i loro monarchi e li hanno asserviti, come possono oggi pretendere di essere i nostri fratelli?” ( pag 134). La fondatezza o meno di tali affermazioni ci pare non essere  proprio ininfluente rispetto alle tesi sostenute. Ci fermiamo qui, ma ci sarebbe altro su cui discutere. Può essere che la tesi della Fusaschi e condivisa da molti - tutta colpa dei colonialisti-  sia fondata, gli argomenti portati a suo sostegno non ci hanno però del tutto convinti.Forse una rivisitazione del testo da parte dell'autrice, con alle spalle oltre un decennio di impegno scientifico, potrebbe  portare a limare alcune forzature dettate da entusiasmi giovanili; ne guadagnerebbe il testo anche se non siamo sicuri che ne venga rafforzata la tesi assunta. Da parte nostra, sull’argomento  siamo più propensi a credere alle tesi del religioso rwandese André Sibomana  espresse in  J’accuse per il Rwanda ed. EGA 1998 ( vedi  e book Kwizera-Rwanda pag. 96).

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